


I motivi per andare in un posto possono essere tanti, tutti falsi. Alvaro e sua moglie sono stati invitati a pranzo dalla sorella di lui, Teresa, per la domenica di Pasqua. Da tempo non si vedono, da tempo nessuno sembra voler muover un dito per Alvaro, rimasto senza lavoro. E nessuno, finito il primo e in attesa del secondo, riesce a fare qualcosa per quella sua moglie troppo grassa, caduta con un tonfo sul divano, che, lo dicono i duecento chili di peso, pare sia in grado di mangiare anche i bambini... Quando è il turno delle brave ragazze, si sa già che vanno in Paradiso: le cattive, invece, dappertutto. Capita, a volte, che le cattive riescano ad arrivare là dove non avrebbero mai immaginato di poter essere: davanti all'Onnipotente, veste e barba candide. Ma Dio, né più né meno dei mortali, avrà pure un punto debole su cui far leva per tornare sulla Terra: basterà solo usare un po' d'arguzia, puntando sul fascino dei vent'anni... Poi, alla fine, arriva lei, Eluana, vita interrotta e sonno perpetuo sotto i riflettori dell'Italia intera: emerge dall'oblio della malattia per riaprire gli occhi su di una realtà mutata, cruda e cinica. Un Paese che non riesce a riconoscere, come non riesce a capire come possa essere stata la giovane sorridente nelle foto di tanti, troppi anni addietro. Questa volta, però, Eluana sarà libera di scegliere, con tutta la consapevolezza di un rassegnato stupore...
Il Paese Bello descritto da Stefano Sgambati è quello in cui non vorremmo mai vivere: e i personaggi che lo popolano, così minuti ed esatti nelle imperfezioni, sono coloro che mai vorremmo essere, pur assomigliando loro come il più brutto dei sogni alla realtà. Sette racconti per sette strappi, sette fratture irrimediabili avvenute chissà come, chissà quando: Sgambati irrompe nella vita di individui andati alla deriva delle rispettive vite, e li obbliga a raccontare, senza filtri o censure, cosa voglia dire ri-trovarsi nel lago della solitudine. La ragazza morta ammazzata, il non più giovane Holden, la moglie grassa, il marito violento: ritratti che si svelano a partire da una paura, un fallimento, un'incomprensione, raccolti da Sgambati con piglio vivace e scrittura aderente, come una seconda pelle, alle “cose vere”, quelle che ci trasciniamo dentro ogni giorno.
Il Paese Bello, opera prima ben riuscita, onesta, pulita, difetta forse solo nella sovrabbondanza di materiale, quegli intermezzi in prima persona che rompono il ritmo della narrazione. Per il resto, mostra senza mezzi termini i mille diversi modi in cui si può essere artefici, causa o conseguenza della propria infelicità, sullo sfondo di un “altro Paese” che si mostra in tutto il suo desolante cinismo.