Pablo Neruda
"La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane".
Pablo Neruda, vero nome Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto, nasce a Parral nel 1904, figlio di don José del Carmen Reyes Morales, impiegato delle ferrovie e di doña Rosa Basoalto Opazo, una maestra di scuola che lo lascerà orfano a pochi anni. La famiglia dopo la morte di doña Rosa si trasferisce a Temuco, dove suo padre si sposa in seconde nozze con Trinidad Candia Marverde (quella che in molti scritti Pablo chiamerà Mamadre). La passione per la letteratura bussò molto presto alla porta di Pablo, contro ogni buon avviso del padre, contrario a questa tendenza del figlio, ma con il sostegno di quella che in futuro sarebbe stata un premio nobel per la letteratura, Gabriela Mistral, e che in quegli anni si trovò ad essere la sua insegnante. Fu solo nel 1920 che inizia a scrivere con lo pseudonimo di Pablo Neruda che lo renderà immortale e che, di fatto, sarà il suo nome proprio, successivamente riconosciutogli anche a livello legale. L’intenzione iniziale è quella di studiare pedagogia in francese a Santiago de Chile, immediatamente surclassata dalla passione per la poesia che nel 1923 lo porta a pubblicare Crepuscolario, la sua prima raccolta di versi. A breve distanza pubblica Venti poesie d’amore ed una canzone disperata che racchiude tutta l’essenza della poetica nerudiana: poesie d’amore con accentuate venature erotiche, profondamente espressive e totalizzanti. Nel Cile di quegli anni, però, non si vive di sola poesia e Neruda ben presto si ritrova povero e costretto ad accettare l’incarico di console onorario in Birmania, a Rangoon, dove conosce e sposa Maryka Antonieta Hagenaar Vogelzang (detta Maruca), un’impiegata di banca di origini olandesi. Dopo la Birmania seguono altri incarichi in Argentina (Buenos Aires), in Spagna (prima a Barcellona e poi a Madrid per sostituire Gabriela Mistral). Durante il suo soggiorno a Madrid nasce la sua unica figlia, Malva Marina Trinidad, colpita da idrocefalia e morta in tenera età in Olanda in piena guerra mondiale. Ci va seguendo la madre quando il padre si è già spostato come console onorario a Città del Messico. Sulla morte della creatura cade uno spesso velo di silenzio, che Neruda non vuole squarciare nemmeno con i versi che invece aveva scritto alla sua nascita (“Oh, bambina tra le rose, oh pressione di colombe/ oh guarnigione di pesci e roseti/ la tua anima è una bottiglia di sale riarso”). Intanto il tribunale del Messico dichiara legalmente nullo il matrimonio con la Hagenaar, permettendo al poeta di contrarre matrimonio con quella che già da tempo è la sua amante, Delia del Carril, di venti anni più grande. A lei va riconosciuta l’acquisizione di Neruda agli ideali marxisti che però attecchiscono su un humus già fertilizzato dalla sua repulsione per i soprusi perpetrati dalle falangi fasciste di Francisco Franco ai tempi della guerra civile spagnola ed in seguito alla barbara uccisione del collega e amico Federico Garcia Lorca. L’attaccamento agli ideali comunisti gli vale nel 1945 la prima nomina a Senatore per il Partito comunista delle province di Antofagasta e Tarapacá (Nordest del Paese). Subito dopo accetta di curare la campagna elettorale del candidato a presidente del Partito radicale Cileno, Gabriel Gonzales Videla, salvo rimanere profondamente deluso dal “suo” candidato, poi risultato vincente, per il trattamento riservato al Partito comunista, ma soprattutto per aver soppresso nel sangue la protesta dei minatori in sciopero nella regione di Bío Bío. La disapprovazione di Neruda è tanta e tale da ispirargli il discorso del gennaio 1948, conosciuto come “Yo acuso”, durante il quale snocciola uno ad uno i nomi dei minatori tenuti in detenzione nei campi di concentramento di Pisagua. L’accusa frontale rivolta ai metodi spicci e disumani di Videla suscita a quest’ultimo l’ordine di arresto che costringe il poeta a tredici mesi di fuga forsennata che lo porta in Argentina attraverso un rocambolesco passaggio per le Ande. Da lì riesce a spostarsi a Parigi, facendo un’inattesa quanto clamorosa apparizione al Congresso Mondiale dei Partigiani della Pace: un vero e proprio colpo di teatro proprio nel momento in cui il governo cileno nega insistentemente che Neruda sia riuscito a lasciare il Paese. Dalla capitale francese intraprese viaggi per mezzo mondo salvo fermarsi in Messico per un acceso attacco di flebite, eredità dei mesi di latitanza. Durante la convalescenza messicana conosce la cantante cilena Matilde Urrutia con la quale intraprende una relazione culminata nel matrimonio. Riesce a rientrare in Cile solo quando il governo Videla è agli ultimi fuochi ed il Partito socialista decide di candidare Salvador Allende alle elezioni presidenziali, richiamando in patria lo stesso poeta affinché ne sostenga la candidatura e ne supporti la campagna elettorale. Nel 1970, invece, rifiuta la proposta di candidarsi personalmente alla Presidenza della Repubblica, optando invece per un nuovo tentativo, che stavolta sarà vincente, di Salvador Allende. Neruda scrive e si butta a capofitto nella politica non trovando, tra la politica e la poesia, nulla di diverso: “Non ho mai concepito la mia vita come divisa tra la poesia e la politica. Sono un cileno lungo tutto il secolo ha conosciuto le sventure e le difficoltà della nostra esistenza nazionale e che ha partecipato a ciascuno dei dolori e delle allegrie del popolo. Sono membro di una famiglia di lavoratori che divisero le loro aspre giornate tra il sud ed il centro del territorio. Non sono mai stato dalla parte dei forti e percepii sempre che la mia vocazione ed il mio compito era quello di servire il popolo cileno con la mia azione e la mia poesia. Ho vissuto cantandolo e difendendolo”. Con la nuova moglie si stabilisce definitivamente nella famosissima Isla Negra che, per la verità, non è nera né tantomeno un’isola. L’acquisto del terreno e la costruzione stessa della casa hanno un sapore così romantico, tendente alla tarda scapigliatura, ma senza quei toni cupi e tragici del genere. Con i soldi guadagnati con le sue poesie, Pablo acquista 6.000 metri quadri sulla spiaggia, con una piccola casina in pietra su una collinetta. Da piccola che era, l’abitazione cresce e si riempie delle cose più assurde che Pablo raccatta in giro per il mondo, che recupera da case in demolizione: quella, oltre che il suo rifugio prediletto si trasforma anche in un vero e proprio bazar di chincaglierie e suppellettili di ogni genere, poster, stampe, quadri, bottiglie di ogni colore e forma. Dirà: “La casa andò crescendo come la gente, come gli alberi”. Nel 1971 gli viene conferito il Nobel alla letteratura che prima di allora era stato portato in America Latina dalla Mistral e da Asturias. Da allora vive la bella stagione dell’impegno per Allende e il poco tempo del suo Governo e fa anche in tempo ad assistere al macabro teatro ordito da Pinochet, il colpo di Stato, la dittatura e la morte del compagno Presidente. Tenta di espatriare in Messico ma la morte lo coglie prima: chi dice per un cancro alla prostata, chi perché ucciso nella clinica in cui era ricoverato. Resta però il fatto che di questo uomo, umanamente discutibile e destinato a seguire la propria anima concupiscibile sempre, ma immortale ed immenso poeta ci resta una produzione che accostata seguendone l’ordine cronologico disegna la sua vita intera, i suoi amori le sue passioni, la dedizione al suo popolo. Tutto concentrato nella sua autobiografia squisitamente raccontata come il più avvincente dei romanzi che già dal titolo sprigiona una piccola parte della sua intensa esistenza: Confesso che ho vissuto.

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