Acqua viziata

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Acqua viziata
Arriva l’estate e le strade si svuotano. Il traffico del Grande Raccordo Anulare si trasferisce nelle acque del litorale laziale. Lo sa bene lo skipper Tommaso che a bordo del suo “Kool”, un catamarano Catana 38 con il quale offre un servizio charter, imbarca otto clienti per portarli a fare una vacanza nelle limpide acque dell’isola di Ponza. Stessa destinazione per “Alfio III”, un Caipirinha 27 del 1978 di Alberto Miccichè, un patito della navigazione a vela che si crede un ammiraglio, tiene un minuzioso diario di bordo e odia in modo viscerale i “cafonauti”. Tutto è pronto sul “Wally Street”, un mega-yacht da sei milioni di euro capitanato dall’alcolizzato Carlo Sperati, un vecchio lupo di mare. Dopo aver preso a bordo Emanuele Sacripanti, un giovane milionario armatore della barca, e la sua famiglia, si fa rotta, neanche a dirlo, verso Ponza. Sul “Moana”, una barca da quarantatre metri, Riccardo, un palazzinaro arricchito, ha invitato Luca e altri amici per una festa particolare a base di cocaina, alcol e una decina di escort. Infine Maurizio, uno skipper esperto, durante un viaggio di lavoro in cui porta un peschereccio dalla Germania all’Italia, s’imbatte nelle acque intasate a largo di Ponza…
Sembra che l’umanità si sia data appuntamento a Ponza, leggendo le pagine di Acqua viziata, secondo romanzo dello skipper Roberto Goracci. Ma in fondo è ciò che realmente succede l’estate: le acque del Mediterraneo si riempiono di mega-yacht di imprenditori milionari, con a bordo veline tettone coperte solo dalla loro pelle, barche a vela di signorotti arricchiti che solo perché escono in mare un mese l’anno si credono novelli Paul Cayard pronti a partecipare alla Coppa America a bordo di Mascalzone Latino. È questa la realtà che racconta l’autore con un taglio estremamente ironico, disegnando dei personaggi grotteschi che ricordano vagamente quelli che s’incontrano nelle pagine de L’ultimo capodanno dell’umanità e Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti. Con il suo stile diretto, nutrito di turpiloquio (a volte un po’ troppo), Goracci altro non fa che fotografare la realtà della società italiana, quella che si nutre di perbenismo e appena in vacanza dà il “meglio” di sé, dimostrando che il rispetto verso gli altri e verso l’ambiente sono solo concetti da salotto, parole che riempiono la bocca all'impegnato di turno. Le acque di Ponza diventano il luogo della discordia, del litigio, passerelle in cui si fa a gara a chi ha la barca più bella e più costosa (come accade sulla terraferma, d’altronde); terra di conquista per “cafonauti”, come direbbe il buon Alberto Miccichè.