


La svolta della Bolognina con cui si smantellava il vecchio PCI ha innescato un processo di frammentazione che, ai giorni nostri, è approdato a quel prodotto ibrido, non ancora definito che è il Partito Democratico. Nel quadro europeo del taglio delle ali, ovvero degli estremismi (anche se per la vertià oggi si assiste ad una ripresa arrembante dei gruppi di estrema destra e xenofobi) il PD si proporrebbe come prodotto ultimo verso la via di una socialdemocrazia 'morbida' e moderna. In realtà la mutazione genetica del PCI è andata per gradi nella sua sostanza ideologica ed estetica, attraverso una nuova simbologia ed un forte ridimensionamento di quei principi politici che non più protetti dall’ombra del Muro apparivano ora “scomodi” e massimalisti. Non è cambiato tuttavia il nucleo centrale dell’ultimo Partito Comunista, ovvero gli eredi di Enrico Berlinguer che oggi sono additati e si definiscono essi stessi in alcuni casi - paradossalmente - come postcomunisti, ovvero i votati ad andare oltre la falce ed il martello, oltre quel comunismo che in tempi di perestroika andava ridimensionato. Attraverso un excursus di ricordi personali, lettere, resoconti politici ed il semplice riordino dei fatti storici Giuseppe Averardi, socialista e già Senatore della Repubblica, riassume le tappe che dal 1989 hanno segnato la inesorabile metamorfizzazione del PCI. Lo fa tenendo giustamente un occhio al complesso panorama europeo di quel periodo che passa dalla Polonia all’Ungheria per approdare in Germania, quella Est, simbolo al tempo stesso della necessità di un cambiamento (a posteriori) e della pesantezza di un sistema difficilmente mutuabile (a priori). In questo contesto Averardi ci racconta la triplice mutazione del PCI in PDS-DS-PD in cui gli agenti mutageni sono in realtà gli stessi quadri del PCI, ovvero coloro che sin dall’organizzazione giovanile hanno forgiato la propria appartenenza politica all’ombra del Capitale di Marx; che in qualche caso hanno saltato la staccionata finendo a destra; che in qualche altro caso hanno spergiurato di non essere mai stati comunisti; che in qualche altro caso hanno fatto di necessità virtù visto che oramai “il comunismo è soltanto una tendenza culturale”…
Nonostante la scarsa fluidità dell’esposizione ed alcune parti sfacciatamente noiose (perché cavillose, involute, ricche di dettagli superflui) ed il fatto di aver iniziato ad elaborare l’analisi partendo forse un pò troppo da lontano - dai primordi del PCUS in URSS -
1989-2009 I mutanti rimane comunque una lettura interessante per quei nostalgici che ricordano un senso di appartenenza molto forte ad un’ideologia politica coltivata e costruita con organizzazione maniacale e piantata saldamente sul contesto di una struttura granitica (l’operaio apprendeva i rudimenti del comunismo grazie all’enciclopedia comunista in fascicoli; gli opuscoli; i compendi sul pensiero marxista-leninista… feticci, cimeli…). È tuttavia una lettura utile anche per coloro che, negli anni, si sono persi qualche passaggio di questo spezzatino partitico che parte da Bologna, quando un Occhetto in lacrime dice addio al vecchio PCI, e finisce (?) a Firenze con la nascita del Partito Democratico. Il saggio, utile sul piano storico, lo è molto di più su quello politico per sciogliere gli interrogativi di quanti hanno perso di vista quella cosa che un tempo, proletariamente, ci ostinavamo a chiamare sinistra.