Il mastino dei Baskerville
Il mastino dei Baskerville è il romanzo più celebre tra quelli che vedono come protagonista il duo Watson & Holmes. Tuttavia questo libro - malgrado sia il più conosciuto tra il pubblico - è forse quello che meno rappresenta l’universo poliziesco con sede al 211/b di Baker Street. Innanzitutto va ricordato che Arthur Conan Doyle - raggiunto il successo come scrittore grazie agli arditi ragionamenti di Sherlock - cercò più volte di liberarsi del celebre protagonista delle sue opere, un protagonista ritenuto sin troppo ingombrante, tant’è che ne L'ultima avventura, racconto ambientato nel 1891, Holmes aveva lasciato prematuramente i suoi lettori precipitando sul fondo di una cascata. Ma è proprio con Il mastino dei Baskerville che il detective inglese torna a trovarci - Doyle utilizzò l’espediente di ambientare la narrazione negli anni che anticipano la scomparsa di Holmes, tuttavia dai racconti successivi il protagonista venne riabilitato definitivamente, pronto a tornare sulla scena - e lo fa in una forma del tutto nuova e differente, per almeno due motivi. Innanzitutto i riferimenti del genere poliziesco, sentiti ormai come stretti e angusti, vengono abbandonati in favore di ambientazioni quasi horror, con caratteri molto gotici, cupi e spettrali. Inoltre il lettore rimarrà certo colpito dalla sostanziale assenza di Holmes durante la narrazione. Il nostro Sherlock è presente in apertura del romanzo, ma scompare totalmente dopo una trentina di pagine - infatti sarà solamente Watson a scortare Henry Baskerville nella brughiera - per poi riapparire nel finale svelando l’intricato caso. Questo libro mostra quindi un Doyle simile a se stesso e allo stesso tempo differente, piacevole e scorrevole come al solito grazie ad una narrazione lineare sviluppata con maestria, eppure diverso nel trattamento dei luoghi, dei personaggi e del peso dato ai protagonisti.
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