Il ronzio
Nella bella edizione impreziosita dalle fotografie di Klavdij Sluban, il romanzo di Drago Jančar arriva anche in Italia. Lo scrittore e saggista sloveno, insignito di numerosi riconoscimenti internazionali, racconta in un'intervista al “Secolo d'Italia” il fondo reale del suo romanzo: “si basa su alcuni appunti raccolti durante un'esperienza vissuta in prigione nel 1975, che riguardano la storia di una rivolta carceraria narratami da uno dei suoi partecipanti”. La Livada è una prigione immaginaria della ex Jugoslavia, ma l'autore sa rendere attraverso la scrittura la quotidianità di un carcere, in cui ha vissuto per tre mesi perché accusato dal regime di Tito di “diffusione di propaganda ostile”: “durante il periodo trascorso in carcere ho capito meglio la dinamica della violenza: quella fisica e quella sociale”, dice in un'intervista a “L'Unita” dello stesso periodo. La sua capacità di rappresentare la realtà è spietata, la scrittura essenziale e laconica. Il suo stile è stato da molti definito anche ironico e beffardo: se di humour si può parlare, però, questo è nero, nerissimo in verità, lo spiega Jančar nella stessa intervista: “la malinconia è un po' il genius loci della Slovenia, in una sua declinazione particolare, che è espressa dalla intraducibile parola hrepeneje, qualcosa a metà tra lo struggimento nostalgico e appunto la tristezza per la sua mancanza”. Ne Il ronzio si viene avvolti dalla cruda realtà e l'analisi psicologica dei personaggi, il loro carattere, emerge permettendo al lettore di comprenderne i cambiamenti e le scelte. I ricordi del protagonista, i suoi sogni, uniti ai racconti paralleli delle vicende legate alla guerra giudaica contro i romani, danno alla storia una dimensione epica e universale, come i sentimenti umani dai quali prende le mosse.
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