Quello che mi spetta
Diventato rapidamente un bestseller e messo al bando in Iran dopo quattordici edizioni, Quello che mi spetta scorre sullo sfondo di cinquant’anni di storia iraniana, dal regime dello Scià alla rivoluzione che lo ha deposto, instaurando la dittatura islamica. Benché connotata da precisi riferimenti cronologici, quella che Masumeh racconta in prima persona appare però come una vicenda senza tempo. Perché senza tempo (e in un certo senso anche senza luogo) è l’oppressione che viene descritta. Non si tratta solo della sopraffazione a suon di botte che Masumeh subisce in casa, dell’ignominia di un’unione coniugale imposta, dell’aberrante oscurantismo del fanatismo integralista, della meschina ignoranza delle tradizioni maschiliste ottusamente difese dai suoi fratelli e da sua madre. Intendiamoci, Masumeh ha una personalità d’acciaio, lotta con le unghie e coi denti per far valere i suoi diritti, non si fa piegare dai colpi del destino. Ma si porta dentro una forma di sottomissione subdola e strisciante: quella che vuole che la donna immoli le proprie massime aspettative sull’altare della maternità. Parinoush Saniee ci sbatte in faccia, senza clamore ma lasciando il segno, l’ingiustizia di una rinuncia interiorizzata da secoli e ormai entrata a far parte di un certo DNA femminile, che spinge le donne come Masumeh a sacrificarsi per i genitori, per il consorte e soprattutto per i figli, perché è questo che la società (a cui dà man forte la religione, a Oriente come a Occidente) si aspetta da loro. Siamo in Iran, potremmo essere in qualsiasi altra parte del mondo. E allora, quando una donna schiacciata dalle convenzioni e dal suo stesso sesso riuscirà finalmente ad avere quello che le spetta? Viene da dire mai, è non è una risposta incoraggiante.
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