Uomini nello spazio
Il cosmonauta sovietico abbandonato da russi, ucraini e lituani è solo la punta di un iceberg ben più esteso. Sebbene saldamente ancorati alla terra, o galleggianti attraverso la fitta rete di canali di Amsterdam, i personaggi di Uomini nello spazio sono anche loro tutt’altro che sicuri di tornare a casa. L’icona medioevale attira a sé gli occhi di tutti, i suoi indecifrabili riferimenti artistici pongono quesiti sull’identità della persona raffigurata. Eppure l’immagine e le piccole scritte dipinte sui lati sono la chiave per interpretare tutto il libro. “Amore, comprensione, isolamento” sono probabilmente tre dei significati che vanno anagrammati tra loro e che, se opportunamente uniti, daranno luce ad ogni personaggio, mettendolo in chiaro. Il libro ha di certo una struttura caotica, risultato abbastanza leggibile di una lunga gestazione e di un lavoro di unione, come anche dichiarato dallo stesso autore. Una struttura che, se da un lato è specchio di atmosfere e caratteri, dall’altro rischia di stancare e disappassionare il lettore. I buoni spunti non mancano di certo, però i gradini tra un passaggio e l’altro hanno un’alzata piuttosto elevata e il passo diventa faticoso. Il misterioso e buffo agente segreto dedicatosi anima e corpo alle intercettazioni ambientali per seguire gli spostamenti del quadro, ad esempio, è quasi commovente. Il suo caos uditivo crescente, la cacofonia di suoni che entrano e non escono più dal suo cervello fino al totale crack e alla perdita dell’udito, fanno sorridere e piangere. Ogni cosa sembra precaria e fredda all’esterno, così come all’interno di ogni stanza. L’unico fuoco acceso è quello che arde dentro Ivan, al cospetto di un’opera d’arte così ricca di significati in apparenza irraggiungibili. Il suo lavoro di riproduzione lo porta a creare ricreando qualche cosa di già fatto. E’ dunque un certo senso circolare e riprodotto che anima questo libro, così come l’orbitare rassegnato e infinito della navicella spaziale che tutti vogliono ignorare.
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