Zuppa di vetro
Il talento visionario di Jonathan Carroll torna a deliziarci dopo Mele bianche con un sequel colorato, che sprizza creatività da tutti i pori, mescolando elementi religiosi giudaico-cristiani e cultura pop senza limiti né ritegno. Il registro è parzialmente mutato rispetto al primo romanzo della saga: più leggeri i toni, più rarefatta l'atmosfera, maggior quantità di metafisica e dosi minori di noir. Sul campo di battaglia tra Dio (un orso polare, o forse un mosaico) e il Caos (il libidinoso John Flannery, o forse un sofà posseduto da un ectoplasma) cadono anche George W. Bush, Arnold Schwartzenegger, il rap, il pudding al cioccolato e il traffico viennese, mentre lo sfondo della vicenda oscilla come un'altalena tra reale e irreale, vita e morte, possibile e impossibile. Carroll, affabulatore e sciamano, offre ai suoi lettori una visione inedita del divino e un romantico tributo all'amore, un meraviglioso banchetto per la fantasia e una rivincita delle favole: la plausibilità - giocoforza - non è contemplata nel menù.
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