Amici, miei

Amici miei
All’origine di tutto c’è Pisa, con la sua stazione e il “tuttomondo”, murales di Keith Haring disegnato nel 1989 che occupa centottanta metri quadri su una delle pareti del Convento di Sant’Antonio. E poi - sempre a Pisa - c’è un gruppo di amici che gravita intorno al mondo degli scout, delle alternative di sinistra, tra centri sociali e licei, e infine c’è Dario Danti coi suoi trent’anni suonati a fare da minimo comune denominatore tra tutte queste storie - Dario che si staglia dal mucchio, racconta e diventa portavoce di questo collettivo. Incontriamo Manuel che, con un po’ di fortuna, dopo aver realizzato un ciondolo per la sua ragazza è finito nel giro di François Girbaud e nella vita ora fa lo stilista di accessori: disegna, forgia, incide, intaglia, nuove creazione per nuovi stili, in questo strano mondo sempre in movimento. Oppure c’è Fausto che è passato dai banchi della frutta nel mercato comunale alle catene della grossa distribuzione, ma rimpiange gli anni novanta in cui nella busta scoprivi due milioni di lire e ti sentivi ricco, ora ci trovi mille euro quando va bene, stando sempre attendo a non finire “part-time”, prima di ritrovarti in “cassa integrazione” e poi, di nuovo, maledettamente “disoccupato”. Ma c’è anche chi - come Michele - deve combattere con la scomparsa prematura dei propri genitori, per scoprire a poca distanza dal lutto di avere un tumore e allora il tuo piccolo lavoro nel settore della gastronomia diventa uno scudo, la tua corazza contro il mondo, una piccola certezza che è già un baluardo di ottimismo e sicurezze…
Dario Danti presta la penna e dà il ritmo della narrazione; Anna Benedetto inserisce le foto in bianco e nero che offrono squarci prospettici di Pisa; Fausto Bertinotti si cimenta nella postfazione che è anche il racconto della scomparsa del partito comunista proprio quando, forse, ce n’è più bisogno; Marco Malvaldi traccia la linea retta della prefazione e così nasce Amici, miei. C’è da dire però che il sottotitolo è un po’ truffaldino, questa è infatti la storia di un gruppo che ha il suo centro nella Pisa degli anni ’80 e nella figura di Dario, ma che in merito alla precarietà racconta davvero poco e non offre quelle profonde riflessioni che, ad esempio, possiamo trovare nello splendido Mi chiamo Roberta… di Aldo Nove. Queste storie infatti - per quanto rappresentative di uno spaccato generazionale - sono graffi che soffrono dell’eccessiva vicinanza all’autore, creando così una comunanza tipica da “dopo cena in casa Danti”, ma che poco ha a che vedere con quell’universo di disperazioni che è la precarietà. Lo spunto, forse, lo dà il solo Malvaldi nell’introduzione, quando - lasciandosi andare in un aneddoto - riporta: “Pagare uno in funzione del lavoro che fa. Non solo del ruolo, attenzione, ma anche di come lo ricopre. Di quanto bene lavora. Perché quel dato lavoro, fatto bene, funge da trampolino al lavoro di tutti gli altri. E, al tempo stesso, riconoscere l’importanza del ruolo dà dignità alla tua persona, e al lavoro che svolgi.” Benedetto dio, allora qualche comunista in giro c’è ancora!

 

 
 
 
 
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