Opera sei

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due
voto
Opera sei
Hao Myung si definisce artista. Certamente non convenzionale, è il caso di aggiungere. Il suo obiettivo risiede nella trasformazione, portata all’estremo, del corpo umano. Le sue opere, create nella clinica Metafisica - un laboratorio all’avanguardia in cui l’uomo viene ‘spettacolarizzato’ rischiando la pelle - sono realizzate sul principio della mutazione, della manipolazione della carne. Fibre, tendini, muscoli alla mercé della creatività. È così che le sue prime cinque opere, grazie ad altrettante cavie, diventano mostri o – a seconda dei punti di vista – creazioni dell’ingegno che sperimenta sulla materia pulsante. Calotte craniche trasparenti, led sottocutanei, forme cilindriche a trapassare il busto, prolungamenti dell’aorta all’esterno dell’involucro fisico. Va da sé che in un mondo in cui definire cosa sia arte o cosa non lo è diventa impossibile, l’operato di Myung si fa richiesto e acclamato, può avere una quotazione altissima, diventa commercio puro, all’insaputa di chi ne paga le conseguenze. Anche Ester, bellissima e tutta spirito, desidera mutare, vuole ad ogni costo essere trasformata. Scompare e non lascia traccia, scrive solo all’amica Dalia ma della madre non ne vuole sapere. Ivan, legato ad Ester da un rapporto profondo, dovrà cercare di salvarla prima che diventi la sesta opera, prima che sia troppo tardi…
David Riva, al suo esordio narrativo, mi ricorda un recente romanzo di Laura Liberale edito da Meridiano Zero. Il titolo era/è Tanatoparty e il concetto di fondo è lo stesso: la mercificazione del corpo, la messa in scena della body modification, l’esposizione mediatica che si fa meccanismo grottesco e privo di regole o buon senso. Per cosa? Quali sono le ragioni che spingono moltissime persone a voler cambiare, esteticamente, optando per operazioni chirurgiche estreme, scarificazioni, installazione di impianti al silicone sottopelle, piercing e tatuaggi, senza mostrare alcuna paura, quasi invasati dal desiderio di essere altro da sé? Necessità di appartenenza ad un gruppo? Tentativo di essere accettati dalla massa? Urlo disperato di chi sente il bisogno di attirare l’attenzione in un mondo altrimenti sordo? Con una scrittura agile e sicura l’autore, classe ’72, ci accompagna nei meandri di una storia nera e spietata neanche tanto lontana dai titoli dei giornali e dalle cronache quotidiane. Hao Myung è una sorta di Dio che sperimenta e agisce sulla vita degli altri e le vittime volontarie, i sottoposti, abbassano il capo senza reclamare, ché la sete di successo e la necessità di scandalizzare per emergere dalla massa non hanno prezzo alcuno. Un noir intrigante e originale - ai confini della realtà.