


Nell’entroterra siciliano, durante il secondo dopoguerra, si intrecciano le vicende di quattro famiglie: i Rossomanno, i Sangiaimo, i Ricifari ed i Calamari. Agnesa, figlia di Ntoni Rossomanno e fulcro di tutta la storia, si innamora di Nicola Sangiaimo, dottore e figlio di nobili, che incarna l’ideale inculcatole dalla madre di uomo ricco, facoltoso e, soprattutto, medico. Non riuscirà però Agnesa nel suo intento, seppure tenterà di legare a sé l’amato con i sensi e l’avvenenza, che alla fine le preferirà Nunziata Ricifari di provenienza nobile e ricca quanto e più di lui. Agnesa si sposerà con Vito Calamari, figlio del più caro amico del padre, portando sempre in cuore la pena del rifiuto ed il desiderio sconsiderato di fare entrare un medico nella sua discendenza magari sposandolo ad uno dei figli. Le vicende della famiglia Sangiaimo e quelle della famiglia Calamari andranno avanti, prima insieme e poi parallelamente, anche grazie alle unioni di alcuni dei loro figli. Agnesa cercherà in ogni modo di realizzare il suo sogno, perfino a costo della felicità della sua prole e non ci riuscirà mai nel modo sperato. Intorno a loro, una terra aspra in cui i deboli soccombono al più forte ed in cui il denaro e la rispettabilità ipocrita sono i valori più importanti, mentre tutti sanno tutto e nulla è come sembra. Il piccolo paese, sovrastato dal castello dei Sangiaimo, diventa un microcosmo in cui tutto ciò che si fa si viene a sapere ed in cui i peccati dei padri faticano a non ricadere sui figli. Agnesa scoprirà così che il padre ha fatto la sua enorme fortuna sfruttando i poveri mezzadri e che il suo esempio è stato seguito da altri fattori, primo fra tutti il futuro suocero. La figlia, scoprendo il passato del padre e l’origine della prosperità che l’ha sempre circondata soccomberà al suo destino, non soltanto accettando la lezione paterna, ma addirittura trasformandosi a poco a poco in tutto ciò che fino a quel momento aveva disprezzato. La giovane Agnesa piena di speranze e di progetti lascerà il posto ad un’adulta amareggiata e rabbiosa, per concludere poi la sua vita da vecchia sola ed odiata dai suoi stessi figli, dei quali cagionerà più volte l’infelicità, in modi non sempre prevedibili….
Il tentativo, purtroppo non riuscito, di un affresco famigliare quando non storico si infrange sulla precarietà della storia e sulla caratterizzazione minima della maggior parte dei personaggi, tranne Agnesa e pochissimi altri. I dialoghi spesso stridono per la loro incongruenza con colui o colei che li pronuncia. L’atmosfera è antiquata più che d’epoca: ci sono affermazioni che ricordano un tempo per fortuna passato, superato. Le descrizioni del paesaggio sono monotone ed addirittura tedianti allorché cercano di essere poetiche. L’intero romanzo, forse, vorrebbe rievocare la scrittura dei maggiori esponenti del verismo italiano, ma fallisce miseramente nel suo intento. La prosa è acerba, seppure vuol sembrare forbita e curata ed è la dimostrazione che non sempre scrivere equivale a fare letteratura.