Coeva
Certo è che questa è una favola non favola, senza una trama ben precisa, con attori molteplici e multiformi che percorrono un cammino alquanto bizzarro, pur sempre riconoscibile dietro tutti gli accorgimenti e gli stratagemmi letterari escogitati per sorprendere e confondere il lettore. I fuochi d'artificio linguistici, i neologismi, tutto l'armamentario retorico e dialettico messo in campo lasciano perplessi. E questo soltanto riferendoci alla forma. Per quanto riguarda la sostanza, rimane nascosta in una nebulosa fitta di citazioni, rimandi, codici nabokoviani che però non convincono proprio. Non per voler scomodare i grandi, ma di Queneau ce n'è uno solo, così come surrealisti si nasce e non si diventa. Meritorio il tentativo - almeno quello sì - di scrivere qualcosa di diverso da quello che si legge di solito. Anche se, a dire il vero, sarebbe bene non dimenticare che è molto più difficile scrivere in maniera semplice di quanto non sia scrivere in maniera indecifrabile. Il fine ultimo della scrittura è comunicare, e quando ci si propongono fini barocchi di elucubrazioni linguistiche si dovrebbero tener presenti certi modelli non per imitarli, bensì per superarli. Perfino Marinetti, che sovvertì l'ordine costituito della letteratura, si preoccupò sempre, anche se a modo suo, di far arrivare il messaggio. Che arriva forte e chiaro ancora oggi.
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