Coeva

Versione adatta alla stampaSend to friendPDF version Share this
uno
voto
Coeva
Un topo che si chiama Strauss come il musicista ma che è un filosofo genio della cucina e dell'ingegneria. Un personaggio maschile di nome Kama bello, tormentato, intellettuale. Il personaggio femminile di cui si innamora: Vèlle, evanescente e carnale allo stesso tempo, sfuggente e capace di essere tutto ed il contrario di tutto. E poi Ginger, Kafkasia, Accademia ed una miriade di piccoli esseri, umani e non. Un nemico, Tamerlano, che ha un unico scopo: combattere una guerra senza esclusione di colpi contro le lettere per far prevalere i numeri. Così questa bizzarra compagnia partirà alla ricerca di un'arma talmente potente da sconfiggere il tiranno, intraprendendo un cammino che dovrebbe essere anche iniziatico ed interiore.  Lo spazio non è concretamente misurabile né tanto meno delimitato. La linea temporale non esiste ed il concetto di tempo viene ribaltato nella maniera tradizionale, rappresentativo del cerchio che si chiude ed in cui non si distingue né inizio né fine : il passato diventa presente, il futuro passato e tutto comincia dove è finito. Nel mezzo eventi straordinari e di ordinaria futilità, intelletti all'opera nella loro immobilità ed insensatezza, prese di posizione blande e controverse. Forse la storia è questa. O forse no...
Certo è che questa è una favola non favola, senza una trama ben precisa, con attori molteplici e multiformi che percorrono un cammino alquanto bizzarro, pur sempre riconoscibile dietro tutti gli accorgimenti e gli stratagemmi letterari escogitati per sorprendere e confondere il lettore. I fuochi d'artificio linguistici, i neologismi, tutto l'armamentario retorico e dialettico messo in campo lasciano perplessi. E questo soltanto riferendoci alla forma. Per quanto riguarda la sostanza, rimane nascosta in una nebulosa fitta di citazioni, rimandi, codici nabokoviani che però non convincono proprio. Non per voler scomodare i grandi, ma di Queneau ce n'è uno solo, così come surrealisti si nasce e non si diventa. Meritorio il tentativo - almeno quello sì - di scrivere qualcosa di diverso da quello che si legge di solito. Anche se, a dire il vero, sarebbe bene non dimenticare che è molto più difficile scrivere in maniera semplice di quanto non sia scrivere in maniera indecifrabile. Il fine ultimo della scrittura è comunicare, e quando ci si propongono fini barocchi di elucubrazioni linguistiche si dovrebbero tener presenti certi modelli non per imitarli, bensì per superarli. Perfino Marinetti, che sovvertì l'ordine costituito della letteratura, si preoccupò sempre, anche se a modo suo, di far arrivare il  messaggio. Che arriva forte e chiaro ancora oggi.