La casa degli incontri
Scritto sotto forma di una lunga lettera-memoriale che il narratore ormai ottantenne indirizza alla figlia, La casa degli incontri è libro esigente, complesso, solido, le cui pagine sembrano essere state scritte da un autore d'altri tempi, uno come Conrad, Nabokov, o Dostoevskij, per citare solo tre nomi ai quali Amis stesso dedica due righe nella pagina dei ringraziamenti. Il narratore “innominato” è l'archetipo dell'incubo sovietico, un veterano di guerra pieno di medaglie al valore che non si pente dei crimini commessi, e la sua confessione è tutto il contrario di un'apologia, indugiando ampiamente sugli orrori dei gulag e sulle miserie degli uomini. Sarebbe impreciso ridurre l'opera di Amis al racconto di un triangolo amoroso, ma indubbiamente si tratta di una storia d'amore, e per amore intendiamo varie forme in cui si manifesta questo sentimento. C'è un amore lascivo, impotente, ossessivo e misogino, che è allo stesso tempo anche frustrato ed eterno nella sua impossibilità finale. C'è un amore ingenuo, infantile e paziente. E ancora: il filo conduttore è l'amore fraterno tra il narratore e il fratello Lev, suo protetto e rivale in amore. Un'opera che può entrare a pieni diritti nella categoria del romanzo storico, nella quale le ultime sei o sette decadi della storia russa vengono analizzate a fondo e presentate senza alcuna remora al lettore. Non sempre all'altezza delle intenzioni ambiziose, La casa degli incontri non è sicuramente una lettura facile, tanto per il linguaggio complesso quanto per l'enormità del tema trattato, ma si tratta indubbiamente di un libro interessante e potente su un periodo storico spesso trascurato dalla letteratura moderna.
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