White jazz
In ogni noir che si rispetti c’è una donna che non si dovrebbe amare, un potente che sarebbe meglio non sfidare, ricordi che non ne vogliono sapere di sbiadire. James Ellroy segue le regole e con White jazz mette al centro della scena l’anti-eroe Klein braccato da federali, delinquenti e poliziotti, ossessionato da una passioncella incestuosa per la sorella e innamorato di una bionda tutta gambe e seno, che è chiaro come il sole che gli complicherà la vita. Il plot intricatissimo è una prova di resistenza e di memoria per il lettore, e questa non è una novità per chi frequenta i libri di Ellroy. Quel che cambia è invece lo stile, un lungo flashback raccontato da Dave in prima persona in un soliloquio allucinato e concitato che fa pensare a Hubert Selby jr. e al suo inferno metropolitano di Brooklyn. Il minimalismo linguistico controbilancia la sovrabbondanza debordante dell’intreccio. Periodi ridotti all’osso si incalzano e si sovrappongono in un ritmo rapido e dissonante come le note del bebop suonato nei jazz club battuti dal tenente nel corso delle indagini. Dave Klein è un perfetto esemplare di figlio di buona madre. Un bastardo dentro cinico, corrotto, immorale. Eppure alla fine ci ritroviamo a stare dalla sua parte quando sigilla il romanzo con le parole che direbbe alla sua Glenda, se mai un giorno potesse rivederla: “Dimmi qualcosa. Dimmi tutto. Annulla il tempo che ci ha separati. Amami, fiera, nel turbine dei pericoli”. Una di quelle frasi che il cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta ha reso memorabili e che chiude in bellezza, con un rigurgito di romanticismo amaro, l’ultimo capitolo della tetralogia di Los Angeles.
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