Appunti di un venditore di donne
Che Giorgio Faletti fosse un personaggio eclettico era un fatto appurato dalla sua lunga carriera che lo ha visto cabarettista, cantante, attore e scrittore: e le pagine di Appunti di un venditore di donne danno l’ulteriore conferma che lo scrittore astigiano non riesce a soffermarsi su di un genere ma ha bisogno di allargare i suoi orizzonti e dilatarli attraverso una scrittura in continua evoluzione. Lo avevamo lasciato con Io sono dio, il thriller pubblicato nel 2009 che aveva come teatro d’azione le strade di New York e come deus ex machina la tragedia della guerra del Vietnam, e lo ritroviamo con un noir ambientato nel 1978, anno in cui l’Italia viveva un evento tragico come il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta. È il protagonista, Bravo, a narrare la vicenda in prima persona e già il prologo è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato: “Io mi chiamo Bravo e non ho il cazzo”. È lui che inizia e conduce un viaggio nel tempo in una Milano armata e blindata, bagnata dal sangue delle vittime delle Brigate Rosse e della criminalità organizzata. Ma non solo. A Milano sorge l’Ascot Club, evidente omaggio al Derby Club, il teatro dove molti artisti della comicità italiana hanno mosso i primi passi: Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Massimo Boldi, Cochi & Renato, Mauro Di Francesco, Gino & Michele, I Gatti di Vicolo Miracoli, I Gufi, Enzo Iacchetti, Enzo Jannacci, Paolo Rossi, Francesco Salvi, Teo Teocoli, Guido Nicheli e lo stesso Faletti, il quale ha abbandonato lo stile americano dei lavori precedenti e si è immerso nella narrazione dello spaccato di un’Italia in cui non era facile vivere, attraverso un genere, il noir, che sta diventando sempre più il punto di forza degli scrittori nostrani.
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