La rivolta dei paggi

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La rivolta dei paggi
Che effetto fa essere un bottino di guerra? Strappati dalla carreggiata della propria vita, fiore prezioso e delicato, e trapiantati altrove, in un terreno sconosciuto, troppo freddo o troppo caldo: costretti, per cause di forza maggiore, ad ambientarsi, a mostrarsi diversi. È quello che capita alla prigioniera egizia al servizio di Alessandro Magno, che in dodici anni di campagne, battaglie, intrighi, estese il suo dominio su tutto l'Impero Orientale e piegò, volenti o nolenti, i cuori degli uomini incontrati, sopraffatti, vinti. Lo sguardo della donna, privilegiato perché ravvicinato, indaga dove altri non possono vedere, e raccoglie ciò che nessuno può avere: i contrasti segreti, gli sbalzi d'umore, la solitudine di un uomo reso immortale dalla Storia. La stessa Storia, ma una diversa “storia”, viene raccontata dopo secoli da un altro personaggio, quelli di cui non si parla e non si scrive quasi mai: quelli che i giornali li fanno senza finirci mai dentro. È proprio un giornalista, infatti, a narrarci la traversata di una Russia spettrale, fatta di tangenti e occhi a mandorla, mentre nella steppa risuonano i colpi dei kalashnikov e gli uomini, armi a parte, non sembrano cambiati poi molto dal tempo delle conquiste di Alessandro III...
Georgij Prjachin ha un cognome difficile da pronunciare e una lunghissima carriera alle spalle: come editore, giornalista, scrittore, consulente politico al fianco del più famoso Gorbaciov. Questo La rivolta dei paggi è solo l'ultima fatica di una vasta produzione letteraria, di cui, a dire la verità, sfugge all'occhio attento la causa primigenia (della fatica, ovvio). Perché le due voci narranti, la prigioniera egizia e il giornalista russo, speculari nel genere ed opposti in tutto il resto (il contesto, le azioni, i pensieri, l'abbigliamento) finiscono per non incontrarsi: l'uomo e la donna, con un particolare vissuto alle spalle, sono binari paralleli che conducono il treno (il “nostro” romanzo) lungo una linea morta. Prjachin, bravo nell'adattare e trasformare lo stile (aulico e complesso quello della prigioniera egizia, asciutto e incalzante quello del giornalista), non riesce ad amalgamare le vicende dei suoi eroi, a creare un ponte di parole tra le rive del tempo: le tanto millantate certezze della nostra natura, per cui nelle vicende umane “tutto si trasforma e nulla distrugge”, rimangono accennate. Così, al lettore non rimane che trovarsi nel mezzo di due specchi che si parlano senza ascoltare, guardandosi senza vedersi.