La rivolta dei paggi
Georgij Prjachin ha un cognome difficile da pronunciare e una lunghissima carriera alle spalle: come editore, giornalista, scrittore, consulente politico al fianco del più famoso Gorbaciov. Questo La rivolta dei paggi è solo l'ultima fatica di una vasta produzione letteraria, di cui, a dire la verità, sfugge all'occhio attento la causa primigenia (della fatica, ovvio). Perché le due voci narranti, la prigioniera egizia e il giornalista russo, speculari nel genere ed opposti in tutto il resto (il contesto, le azioni, i pensieri, l'abbigliamento) finiscono per non incontrarsi: l'uomo e la donna, con un particolare vissuto alle spalle, sono binari paralleli che conducono il treno (il “nostro” romanzo) lungo una linea morta. Prjachin, bravo nell'adattare e trasformare lo stile (aulico e complesso quello della prigioniera egizia, asciutto e incalzante quello del giornalista), non riesce ad amalgamare le vicende dei suoi eroi, a creare un ponte di parole tra le rive del tempo: le tanto millantate certezze della nostra natura, per cui nelle vicende umane “tutto si trasforma e nulla distrugge”, rimangono accennate. Così, al lettore non rimane che trovarsi nel mezzo di due specchi che si parlano senza ascoltare, guardandosi senza vedersi.
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