I fuoriusciti

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due
voto
I fuoriusciti

Enrico non vorrebbe per l’ennesima volta fare di testa sua, cedere all’impulso di rifiutare gli schemi Ma lui è uno contro, un artistoide di periferia. Alla fine non si può negare la propria natura. Anche ora che ha perso il lavoro, anche ora che per sbarcare il lunario deve persino fare il babysitter al figlio della sua ex compagna di scuola Olga, la bellissima Olga. O provarci, almeno... Invece il sacerdote senza nome ha deciso di raccontarsi. Come, quando e perché sono iniziate le sue paure e quelle degli altri. Ma in un crescendo degno di un Edgar Allan Poe, scopriremo che il suo è solo delirio schizofrenico ed è impossibile ricostruire la sua realtà fatta di multiple, irreali sfaccettature, di violenze fatte e subite... Così come violenza gratuita, specie verso se stessa, la fa la poetessa incallita che però la vita sta rendendo depressivamente prosastica che più non si può. Ed hai voglia  a cercare di chiamare e spiegare e raddolcire la tua amica Marta, in realtà è una sorta di seduta psicanalitica, è quello dentro che hai e non ha più voglia di uscire fuori, come si fa. Come può succedere che la poesia, che dovrebbe essere liberazione attraverso le parole diventa una prigione claustrofobica di rimpianti?
Situazioni limite, asperità caratteriali all’eccesso, posizioni che non trovano più posizionamento o orientamento. Questi tre dei sei racconti che compongono la raccolta I fuoriusciti, di Michele Lupo ("Babysitter", "La sciarpa verde", "Ego te absolvo", "Gatti del sud", "Cimento", "Congedo"), gente che appunto per un qualche motivo, ma non casuale, si costringe o è costretta ad abbandonare la retta via razionale oppure il comportamento politicamente corretto, perché la vita è terribile, peggio di una banca rapace, quello che dà se lo riprende e spesso con gli interessi. Come confezione e tematiche dei racconti il primo nome che mi viene in mente è Ammaniti, quello degli esordi, con la raccolta Fango, anche se qui le situazioni non sono splatter e il paradosso non è portato agli estremi. Anche se gli atteggiamenti tendono ad estremizzarsi, non si arriva al grottesco o surreale. Ed in ogni caso si stratta più di una mai suggestione che di un vero e lecito accostamento. Cortocircuiti esistenziali ed emotivi dunque, insofferenze malcelate, reiterazioni scorrette e  sconfortanti, come quella della donna de “La sciarpa verde” ormai rassegnata alle smancerie più che civettuole della sorella ingorda di uomini e di piacere. Una raccolta che stilisticamente presenta delle vaste difformità, per scelta autoriale ed anche per la distanza temporale che separa i racconti. Tratti di vigoroso espressivismo lessicale alternati a passaggi più morbidi, più consueti. Michele Lupo, insegnante a Tivoli, provincia di Roma, è autore che probabilmente rifiuta gli schemi convenzionali e nella sua scrittura preferisce lungamente approfondire determinati meccanismi psicologici, più che narrare o descrivere storie e sfondi. Certo si nota una lingua che non cerca l’omologazione per forza, una ricerca di stile che può lasciare presagire nuovi, interessanti sviluppi.