Senza via d’uscita
Più che un giallo, questo di Foschi e Leotta lo potremmo definire un verde: quello intenso e compatto della campagna irlandese. Un viaggio che all’inizio alletta il lettore con la tranquillità della campagna irlandese e la semplicità di un borgo con pochissime macchine, meno rumore e tanta, tantissima musica. In questa cornice tutto diventa più apprezzabile fino a quando non si insinua, lentamente e con metodo la sensazione che dietro questa scenografia idilliaca si nasconda qualcosa di torbido. Il morto ci scappa soltanto alla fine, al momento giusto per comprendere quanto, spesso, le apparenze siano effimere e per accorgersi di quanto, davanti al nichilismo esistenziale che spinge più alla sopravvivenza che al vivere, certi valori che Colajacono pensava granitici in verità, nei suoi figli non sono altro che buoni propositi risibili ed inattuabili, tanto lontani quanto più vicina è la necessità di non alterare lo status quo del proprio piccolo ed insignificante mondo. In questo poliziesco atipico, per stessa ammissione degli autori, l’indagine quindi non è esterna, chi ha ammazzato e perché, ma interna: una ricerca che porta alla triste scoperta di avere una famiglia che si credeva di conoscere ed invece è sconosciuta. Alla fine dell’indagine interiore la scoperta sarà questa, triste e definitiva: davanti alla comoda esigenza di non rimetterci la reputazione e la squallida ed effimera fetta di potere conquistata, la verità ed il senso di giustizia sono fagocitati dall’ipocrisia e dal desiderio di coprire ogni cosa con la menzogna, pur di continuare a vivere in pace, senza problemi (“la tua giustizia, quella in cui credi ormai soltanto tu, è un vocabolo da romanzo”). Malgrado il botto finale, una scudisciata bella e buona in mezzo alle scapole, la narrazione è piacevole e bella per quel gusto della parola che rende tutto scorrevole, a tratti spassoso. Quel che si dice una lettura lineare. Colajacono è un personaggio molto autoironico, assolutamente deciso a non rovinarsi la vancanza, tantomeno ad alterare il suo status di commissario in pensione. Eppure, alla fine, è anche un personaggio distrutto dal senso di fallimento per essersi scontrato con una realtà che mai avrebbe pensato potesse contaminare la sua famiglia, i suoi figli così spudoratamente maestri nell’arte di insabbiare. È l’allegoria del tempo presente, in cui la menzogna, rispetto alla verità, è una cortigiana di più facili costumi. Diceva Orazio: “L’odio è la preghiera dei poveri. E ognuno racconta la verità che poi può sopportare”.
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be', Romina, sinceramente
be', Romina, sinceramente grazie: sei riuscita a raccontare tutta una trama senza toglierle tensione. Davvero bello vedere che sei letto con attenzione e scrupolo. Grazie 1000!
franco foschi