Il diritto al ritorno
Leggere alcuni romanzi è come guardare un film, ed è proprio quello che accade con questo libro che di un buon film contiene tutti gli ingredienti. Azione, pathos, colpi di scena. E non è un caso, visto che lo scrittore olandese Leon De Winter è un grande appassionato di cinema e sceneggiatura. Le pagine de Il diritto al ritorno scorrono velocemente, incalzanti, non lasciano nessuna tregua. La trama è dinamica, complessa ed articolata, i dialoghi serrati. Le vicende si muovono nel tragico contesto di una realtà possibile, probabile nel prossimo futuro. E gli aspetti drammatici di natura pubblica quale quello del conflitto israelo-palestinese fanno da cornice alle vicende di natura privata quale il rapporto difficile tra un padre, Hartog, e un figlio, Bram. Rapporto da sempre caratterizzato da insanabili incomprensioni, da un forte distacco, dall’intransigenza incontenibile di Hartog e forse da quel senso di inferiorità che Bram, negato per la matematica, nutre nei confronti del padre - stimato e famoso chimico. Ma nulla è statico nelle vicende e per i personaggi di questa storia. Tutto si evolve, nel bene o nel male e finanche quel rapporto che pareva fossilizzato in una sorta di incomunicabilità tende, con il tempo, a mutare. De Winter pare dire che la storia è dolore, i rapporti umani spesso sono dolorosi, le perdite annientano e stravolgono la vita, ma per quanto dolore ci possa essere a nessuno si nega una speranza. Di ricominciare. Di ricostruire.
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