Diario di classe

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Diario di classe
Michele cresce negli anni ’80 con il sogno di diventare qualcuno, fomentato dalle parole di un presidente della Repubblica amato da tutti e di un nonno che viceversa ha sempre vissuto controcorrente, fascista in una terra - l’Emilia - con un forte passato partigiano. I due punti di vista così diversi ai quali s’ispira il bambino gli renderanno la vita difficile. Crescendo si rende ben presto conto che la politica attuale ha gettato nell’oblio una nazione forte un tempo fiera. Ora la sua terra è diventata un giocattolo, un qualcosa di cui si dimentica facilmente. Michele diventa professore e infinite volte si sveglia pentendosi della sua scelta: supplenze da una manciata di giorni, stipendi da fame e bambini che hanno perso il rispetto per i propri mentori. Colleghi strafottenti, bidelli che hanno il potere di decidere quello che cazzo vogliono. Cosa è successo all’Italia, cosa è successo alla gente? Michele cerca di superare i suoi ripensamenti tuffandosi nell’unica cosa capace di donargli la giusta serenità, la sua famiglia…
Tutti siamo stati alunni, ma cosa succede se un alunno diventa un professore? I ruoli invertiti spesso ci stanno stretti, a volte è più facile essere uno scolaro che un insegnante. Questo è quello che capita al protagonista del libro di Marfisi. Un maestro precario viene gettato in pasto ad una classe di scolari irrequieti, senza alcuna esperienza dovrà affrontare situazioni difficili in una scuola della provincia emiliana, “rossa” da generazioni. Dovrà scontrarsi con la degenerazione della politica, con la burocrazia italiana e con i colleghi squali ed ipocriti. Addio ai sogni di bambino, ai ricordi di una classe politica autorevole e stimata, della famiglia presente, del rispetto per le persone anziane, l’età adulta coincide con il disagio crescente di vivere in una società che va stretta. Nonostante queste buone premesse però purtroppo il romanzo non convince, ha un’andatura soporifera, è sovrabbondante di pensieri introspettivi prolissi e stancanti, vive attorno a una vicenda piatta raccontata senza alcuna enfasi, con una scrittura sin troppo lineare e statica. Avere una storia da raccontare è un ottimo inizio: appassionare un lettore a questa esperienza è tutto un altro discorso.