In viaggio su una gamba sola
Prima dei premi, dei riconoscimenti, Herta Müller era “solo” Herta, sconosciuta scrittrice dal complicato passato. Il Nobel per la Letteratura vinto nel 2009 l'ha scaraventata sul palcoscenico dei grandi nomi: frugando nella storia di espatriata abbiamo imparato a conoscerla, ad amare la sua lingua scarna e precisa. In viaggio su una gamba sola, pubblicato per la prima volta nel 1989 a ridosso di una frattura epocale per l'Europa, racconta l'intricato presente che aspetta sempre dietro l'angolo chi, come la Muller, è costretto ad abbandonare un luogo familiare per una terra straniera. A dar voce all'inquietudine è Irene, una “non giovane” trentacinquenne che dalla Romania tenuta sotto scacco dalla dittatura si trasferisce nella “libera” Germania ovest: un passaggio spezzato composto di singoli momenti, facce, parole che non si amalgamano, più descritto che narrato, costruito pezzo dopo pezzo con l'incerto comun denominatore della precarietà. La penna della Müller non scivola leggera sulla pagina, incagliandosi alla ruvidità di uno stile secco, ragionato: l'impegno dell'autrice richiede così pari attenzione al lettore, per cogliere la sconfinata poesia sotto il mare di pietre ruvide in cui si nascondono sentimenti, idee. In viaggio su una gamba sola, composto com'è di aspre scene e dialoghi in cui risuona lo spaesamento emotivo, rimane diario minimo e minimalista di una riconquista: quella in cui Irene/Herta, rinominando il mondo, non dovrà più sentirsi fuori luogo, o in un luogo senza radici.
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