La marcia di Luigi

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La marcia di Luigi
In una lunga intervista, il novantenne Antonio Luigi Cannas racconta come nel marzo 1940, a soli 19 anni, primo di sei figli (un fratello e una sorella verranno dopo), dovette partire dalla Sardegna contadina della sua Tula e raggiungere Genova, arruolato nel 42° Reggimento Fanteria Modena. E dalla città ligure, dopo qualche mese di addestramento, invadere la Francia ormai ferita a morte dalla Wermacht per darle il colpo di grazia e permettere qualche rivendicazione territoriale al regime fascista nello spietato Monopoli della guerra. Il fronte alpino si rivela gelido, letale, le fucilate volano come mosche ma contrariamente alla mosche uccidono. Dopo la resa della Francia, il soldato Luigi viene spedito in Albania, e da lì in Grecia, per combattere quella che Mussolini aveva immaginato come una campagna breve e trionfale e che invece si trasformò in un calvario di fango, ghiaccio, agguati, disastri strategici e soprattutto fame. La povertà delle terre che Luigi e i suoi commilitoni attraversano è agghiacciante, e anche loro – con le divise lacere e lo stomaco vuoto – sembrano più spettri che soldati. Il freddo uccide gli italiani male equipaggiati a migliaia, e anche il giovanissimo sardo subisce un principio di congelamento: dapprima ricoverato in un ospedale da campo che somiglia molto a una macelleria, il soldato viene poi rispedito in Sardegna, a casa da sua madre, per la convalescenza. Ma è solo una breve parentesi, perché la marcia di Luigi nel cuore della Seconda guerra mondiale deve ben presto ricominciare...
La caratteristica che salta subito agli occhi di un addetto ai lavori – mi perdonerà l'autrice se si tratterà di una notazione più formale che contenutistica - è la sostanziale assenza ne La marcia di Luigi di refusi, strafalcioni stilistici e punteggiatura naif. Può sembrare cosa da poco, ma nell'ambito della piccola e piccolissima editoria (e a volte anche quando si tratta di major editoriali, ahinoi) non si tratta affatto di caratteristiche scontate, credetemi: e questo è già un ottimo inizio. Se si aggiungono poi l'importanza del tema trattato – la testimonianza diretta di un soldato italiano su alcune delle più sgangherate e sanguinose campagne militari del regime mussoliniano durante la Seconda Guerra mondiale – e la simpatia di Luigi Cannas, davvero un eroe del pensiero positivo, della concretezza, della mitezza e della saggezza contadina, il giudizio su questo libro-intervista di poco più di 100 pagine non può che essere positivo. L'autrice peraltro affianca alle dichiarazioni di Cannas un'agile percorso storico che aiuta a contestualizzare gli eventi narrati in un quadro più ampio, 'allineando' la Storia con la S maiuscola e quella con la s minuscola, e in appendice aggiunge ancora altri dati e qualche documento. Forse avrebbe giovato al pathos della lettura un approccio leggermente più 'aggressivo' all'intervista, scavare più a fondo negli eventi e nei sentimenti, rievocare in tono più vivido certi orrori, ma comprensibilmente Francesca Violante Rosso ha voluto evitare di essere troppo invadente con un uomo così anziano, e magari anche un briciolo di soggezione – vista la giovane età della giornalista – ha giocato il suo ruolo. Ciononostante alcuni passaggi drammatici e lo struggente appello contro tutte le guerre che Cannas ha voluto lanciare a coronamento del suo racconto sanno toccare il cuore, e soprattutto sono un balsamo prezioso contro l'oblio in questi nostri tempi di scarsa memoria.

Leggi l'intervista a Francesca Violante Rosso