Il vangelo della scimmia
Il londinese Christopher Wilson con Il vangelo della scimmia - in realtà scritto nell'86 ma solo ora editato in Italia – costruisce con uno stile umoristico e cinico al tempo stesso un mondo fittizio e fantasioso che assomiglia terribilmente a quello vero. L'Isola di Iffe ha tutti i peggior difetti della nostra società moderna. La chiusura mentale, la cattiveria, il razzismo, l'egoismo, il conservatorismo. Tutto ciò per anni si è accresciuto avviluppandosi su se stesso grazie alla totale chiusura con l'esterno, fino a che un elemento di rottura – l'arrivo di una scimmia scampata ad un naufragio - non ne mette alla prova, e quindi in crisi, gli interi meccanismi esistenziali. Il primate si posiziona sugli alberi e da lì comunica a modo suo - in modo a volte rude, a volte osceno, a volte semplicemente divertito -, il suo status di essere puro e libero da sovrastrutture mentali. Dal basso invece l'intera comunità di Iffe, improvvisamente piombata nel caos, la studia, la osserva, la teme, cerca via via di relazionarsi – ognuno interpretando il proprio grottesco ruolo istituzionale e sociale – fino a dover arrivare ad un necessario quanto inevitabile sacrificio, pur di ripristinare l'ordine precedentemente costituito. Una bella metafora su quanto stupidamente e ottusamente conservatori sappiamo essere davanti al diverso, al nuovo, a ciò che è altro da noi, capace - come ricordato in aletta di copertina -, di farci respirare “l'aria dei Viaggi di Gulliver e, insieme all'ironia, il lascito di Kafka”e che per certi versi richiama alla memoria “Il gorilla” memorabile di Fabrizio De Andrè.
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