My Lives
Per la sua autobiografia, racconto di un'esistenza inquieta ma ricchissima dal punto di vista umano prima che culturale, il nume tutelare della Letteratura gay americana (anche se in fondo possiamo considerarlo europeo d'adozione) Edmund White sceglie di procedere non cronologicamente, ma tematicamente ("Mio padre", "Mia madre", "Le mie marchette", "I miei amici", etc etc). Questo consente senza dubbio di focalizzare meglio alcuni aspetti, che a quanto pare lo scrittore ha giudicato più importanti di altri nella sua formazione o più degni di essere raccontati, anche se ovviamente dona alla biografia un'andatura sghemba, asimettrica. Indicativo per esempio come – lo fa notare anche Laura Miller sul “New York Times” – al compagno di tanti anni siano dedicati relativamente pochi passaggi (e quasi tutti poco piacevoli), mentre in pratica un capitolo intero viene consacrato - sì, è il termine giusto trattandosi di un rapporto che ha molti ingredienti mutuati dall'immaginario BDSM - a uno dei più recenti amanti di White. Squilibri narrativi a parte, il talento esplosivo dello scrittore di Cincinnati nel rendere avvincente e affascinante qualsiasi cosa descriva qui è esercitato senza pietà, e le pagine sull'infanzia o sulla madre raggiungono vette quasi dolorose di bellezza e tristezza. C'è ironia, c'è amarezza, ci sono i rimpianti - e del resto chi può fare a mano di rimpianti quando guarda indietro agli anni fuggiti via, alle scelte fatte, agli errori commessi e quelli purtroppo evitati? - ma soprattutto c'è la scintillante sorpresa che ti coglie quando chi sa vedere dove tu non riesci a vedere ti mostra sotto una luce diversa le cose della vita. Anche quelle sgradevoli, anche quelle che fanno arricciare il naso a qualcuno.
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