Alexis
Un piccolo libro fatto di pesi e misure: un racconto denso, dove la lunghezza contraddice il contenuto, e il lettore sente di doversi mettere sull'attenti per rimanere vigile, sempre presente a tanta ricchezza. Marguerite Yourcenar scrisse Alexis a ventiquattro anni: il suo esordio nella letteratura, già maturo e completo, che senza tema di sbagliare potremmo definire “capolavoro”. Anche Alexis, voce narrante (o meglio, forse, voce scrivente), ha ventiquattro anni, ma un così grave carico di angosce segrete e pentimenti irrealizzabili a renderlo sfuggente e silenzioso, che di anni potrebbe averne anche cento, o mille. La “lotta vana” che la Yourcenar descrive, con un'incredibile capacità mimetica, calandosi fin nei più reconditi pensieri della sua creatura, è quella condotta dal giovane contro una natura che gli indica gusti ed emozioni, contro un'omosessualità che lo definisce e nella quale, però, non ha mai voluto vedere riflessa la propria identità. Alexis è una dolorosa e toccante confessione, che il giovane musicista fa a se stesso prima che alla moglie Monique al momento di disvelare l'inganno di un matrimonio “stampella”; allo stesso tempo, è lo scandaglio profondo di un'epoca e di un tempo, di una società dove morale e religione imbavagliano i desideri, trasformandoci in nemici della nostra anima. Ieri come oggi: perché la natura umana sarà sempre impastata di sogni e bugie, e sempre qualcuno avrà timore a mostrarsi, temendo una stupida, feroce vergogna.
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