Hanno rapito Alain Delon
Il romanzo di Benjamin Berton si muove tutto intorno a una vicenda, quella della presunta paternità, che, anche se formalmente centrale, l’autore stesso relega in secondo piano, per scavare nella psicologia dei personaggi in maniera leggera, ironica e spesso divertente. Cosa sarebbe successo se Alain Delon fosse stato rapito? Una sorta di contrappasso in cui l’attore rievoca il suo passato quasi in maniera catartica, delle situazioni paradossali e un finale a sorpresa. Berton crea una commistione tra culture diametralmente opposte: quella europea e quella giapponese. Descrive alcune usanze, i modi e le tradizioni di due mondi che poi tanto paralleli non sono. Non lo sono a proposito di sentimenti, non lo sono a proposito di “sentire”, né se pensiamo conflitti interiori dei personaggi, sempre in bilico tra detto e non detto, tra fare e non fare. Natsuko, Kaizuo e Alain vivono in maniera diversa un viaggio metaforico nella loro psiche, formalmente incorniciati da una situazione “forzata” quale è quella del sequestro. Con uno stile piacevole, snello e semplice, l’autore ci presenta un Alain Delon forse mai esistito (oppure molto vicino a quello reale?), ormai intrappolato negli stilemi dei grandi e celeberrimi personaggi che ha interpretato durante tutta la sua vita e dei quali preleva, con tanto di copyright (geniale la resa grafica) delle espressioni ormai catalogate e indicizzate, degli atteggiamenti e dei cliché. Per tutto il romanzo seguiamo il paradosso, una storia fuori dagli schemi, per arrivare a una fine, per usare un termine infinitamente usurato, quasi postmoderna. In bilico tra sogno e realtà, tra reale e virtuale, tra apparenza ed essenza, ci divertiamo seguendo i pensieri di un Alain Delon invecchiato, burbero e stizzoso. L’immaginazione si spinge oltre, sfumando i contorni tra verità e fantasia, a volte troppo vicine. Talmente tanto da influenzarsi l’una con l’altra.
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