


1969, Los Angeles. Alla Casa Bianca c'è Richard Nixon, in Vietnam c'è la guerra, Ronald Reagan è il Governatore della California, le spiagge immense sono piene di ragazze in bikini e surfisti. Siamo nell'Era dell'Acquario, baby: ovunque hippy, peace & love e quelle menate lì, e naturalmente droga, sesso e rock'n'roll, non necessariamente in quest'ordine. Ma anche ronde di vigilantes fascisti, poliziotti corrotti, ineffabili agenti dell'FBI, misteriosi massacri come quello in cui la giovane attrice Sharon Tate e tre suoi amici sono stati brutalmente torturati e uccisi in una villa di Beverly Hills . A casa del detective privato fricchettone e sballato Larry “Doc” Sportello si presenta la sua ex, Shasta. È un anno che i due non si vedono, ma a lui ancora batte il cuoricino vedendo quanto è bella: lei lo cerca per lavoro, inutile illudersi. Gli racconta una strana storia sulla moglie del pezzo grosso di cui Shasta è l'amante e sul di lei ganzo: a quanto pare i due le hanno offerto parecchi soldi in cambio della sua complicità. Vogliono spedire il tipo – che altri non è che Mickey Wolfmann, un mammasantissima del mercato immobiliare – in manicomio con qualche stratagemma, ma Shasta vuole metter loro i bastoni fra le ruote. Larry deve avvicinare Wolfmann e avvertirlo, ma è tutt'altro che facile, perché l'imprenditore si circonda di motociclisti nazisti che gli fanno da guardie del corpo, gente che non ama detective surfisti rasta tra le balle. E tra questi brutti ceffi, guarda caso, c'è un certo Glen Charlock, che deve dei soldi – tanti soldi – a un altro cliente di Larry. Quando il detective va a cercare Wolfmann e i suoi guardiaspalle meditando di prendere due piccioni con una fava, le uniche cose che si becca sono una botta in testa e un'accusa di omicidio. Ed è solo l'inizio...
L'ultimo romanzo di Thomas Pynchon non è un romanzo di Thomas Pynchon. Nel senso che la superfetazione delle trame e gli sperimentalismi stilistici che da sempre sono il suo marchio di fabbrica stavolta li ha lasciati da parte e ha partorito un 'hippy hard-boiled' che assorbe tutti i cliché dei libri/film su figli dei fiori e detective privati e li fonde in uno. Un po' Mike Hammer un po' grande Lebowski, Larry “Doc” Sportello si muove in una California che l'anziano (e quindi inesorabilmente nostalgico) Pynchon descrive – lo ha fatto notare acutamente Louis Menard sul “New Yorker” - come un continente perduto di libertà e spensieratezza, ingoiato pian piano dalle cupe tenebre della repressione e della speculazione. Un romanzo ben scritto e divertente, per carità (anche se un buon 60% dei giochi di parole e delle allusioni dell'autore americano sono incomprensibili per il lettore italiano), ma da uno dei titani della Letteratura ci si deve aspettare ben altro. Il fatto che Pynchon abbia rinunciato alla sua proverbiale complessità ha fatto dire a qualche critico che
Vizio di forma è ideale per conquistare nuovi lettori ala causa dell'autore statunitense. È vero il contrario: se devo far conoscere il genio di Pynchon a chi non lo conosce, ho bisogno di un grande romanzo. E questo – ahilui e ahinoi – non lo è.