Dio di levante
Quella di Nigro, in questo libro, può ben essere considerata una scrittura sperimentale e dal tratto ‘antropologico’. Il suo lavoro è frutto di una ricerca che si propone di inventare una nuova tipologia narrativa, in aperta ‘infrazione’ di codici e regole tradizionalmente adottate dalla letteratura più convenzionale, oltrepassando, da una parte, le formule del realismo, ed esasperando, distorcendole, le formule di una narrativa fantastica e popolare ma dalla lingua ‘tradizionale’: quella dell’autore invece si appoggia su una continua re-invenzione del linguaggio, che significa reinventare il mondo e la sua ‘narrabilità’. Insomma, la scrittura di Raffaele Nigro, in questo libro più che in altri, mostra lo spessore di un prodotto artigianale di alta manifattura, l’espressione di un mestiere elaboratissimo, la consumata perizia di chi sa bene che il mondo esiste per come è espresso, che la realtà è nelle parole di chi le pronuncia e che esse sono di proprietà di chi le inventa. Ecco, Dio di levante è una bella invenzione, una favola visionaria da “mille e una notte” di Puglia, una magia narrativa nata sulle sponde del mediterraneo, un mare che incanta e stordisce, che canta e racconta di civiltà millenarie e di inveterate aspirazioni, di incontri e di folgoranti apparizioni. A popolare le sponde del mediterraneo, una fantastica umanità che lotta sorridente contro la morte, che accende fari di parole sull’oblio del silenzio, che ridipinge il mondo, grigio, con i colori vivaci della propria ingenuità.
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