Shelter

Shelter
Un fluire dell’intelligenza che ci aggancia e ci soggioga, attraverso stanze cliniche, celle carcerarie e dimore diroccate, dove l’autore entra ed esce non per raccontarci storie; ma per consegnarci, senza veemenza di voce, uno sguardo attonito su identità rimaste sospese all’ombra rassicurante di un rifugio o impigliate tra le mura segreganti di un ricovero coatto: “Non si libera dagli aghi, se ne veste./ Vive nell’ultima stanza – ogni volta/ sta varando il vascello con lo sguardo/ nella fontana fuori, dove la potrebbero/ condurre ma non vuole, dai sette anni/ mentali e non mentali non si strecciano/ il colore cenere – la testa, gli occhi”. Ombre che si allungano e frammenti di un passato che tornano, ma solo per un breve istante: “in realtà a quanti ricordano/ lui ha sempre avuto./ il professore non lo pagano bene,/ lui ha sempre avuto, non gli importa./ alle spalle, distante, verso l’uscita,/  un suo nemico, nel rettangolo di freddo involontario”. Perdizione e scampo al dolore si offrono congiunte e si rapprendono nella condanna a un’inerte condizione di sepoltura vivente: “Non tornate indietro: dal vetro/ dell’abbaino, il giorno ha smesso./ Perdereste tempo, senza interruttore”. Perché chi vive non può star nudo e senza ripari: vivere è lottare per rimanere…
Marco Giovenale, quarantadue anni, romano, ha sfornato nel corso degli ultimi sei anni ben sette libri e collaborato alla realizzazione di alcune opere collettanee. Pubblica ora da Donzelli la sua raccolta poetica più compiuta e impegnativa, proponendosi in versi di un’originale e tenace complessità, sia in termini esistenziali che più generalmente culturali. Una complessità che si realizza, con articolata venatura stilistica, in un volume che pure evidenzia compattezza. Si tratta di un libro antilirico, in cui l’assenza di una netta demarcazione tra poesia e prosa disegna labirinti lucidi che coinvolgono il lettore e lo invitano a un cimento non semplice, ma di sicuro interessante. Non è la malinconica rassegnazione a dare il tono alla poesia di Marco Giovenale, l’effetto di deriva che annuncia il rifiuto e lo sdegno del presente. Il suo è piuttosto lo smaccato disincanto di chi contiene le proprie pene in modalità di scrittura che non connotano l’io narrante; di chi individua nell’eclissi di qualsiasi grazia e nel riparo dello shelter la perfetta normalità dell’umana complessità.  


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