Una catena di rose

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tre
Una catena di rose
Per Jeremy Davenant il destino ha le fattezze di zio Gerard, omone truffaldino e affascinante, compagno di giochi e di vita, padre mancato, sfuggente, esotico e forse per questo adorato. È un bambino, Jeremy, quando Gerard gli propone un gioco: scegliere una pagina random da un libro selezionato casualmente, mentre una benda gli imprigiona gli occhi. Affidare poi alla pagina la sua esistenza: renderla guida e navigatore, stella polare muta ma chiacchierona; delegare a lei il compito di trovare le risposte aldilà della portata degli uomini. Jeremy cresce così, con le voci di uno stralcio di enciclopedia a tenerlo in piedi: Shakespeare nella mente e nel cuore, incubi infestati dal terribile Shaka e la profezia d'amore di una dark lady, magari Shakuntala, eroina di un dramma indiano. Diventato professore universitario di letteratura inglese (grazie a referenze falsificate dal lungimirante zio), incontrerà l'ambigua Milena, femminista incallita, sangue zingaro e indiano mescolato ad un'indole selvaggia, indomabile. È la Shakantula della pagina, non c'è dubbio. Amore a prima vista. Il foglio magico diventa imperativo e conquistare Milena la missione di una vita, mancata la quale potrebbe esserci solo l'oblio eterno o la morte. Ma Milena odia gli uomini, ha un passato tormentato, si sente tranquilla solo tra pareti rosse ed è sempre stata sola...
Chiamarlo caso e considerarlo destino. O viceversa. Su questa piccola e apparentemente insignificante differenza Jeffrey Moore scrive un'opera senza centro, che si trascina tra l'assenza di uno scopo narrativo e il  racconto della vita incerta di un uomo qualunque. Con questa consapevolezza, acquisita più o meno a metà lettura, tutti i difetti di Una catena di rose si rivoltano in pregi: la mancanza di una direzione precisa e rassicurante (per non dire convenzionale), la carenza di svolte, climax e colpi di scena rende la vita di Jeremy Davenant, sulla carta davvero bizzarra, invece normale nei ritmi, nelle aspirazioni e negli errori. Il protagonista di Moore è un uomo a tuttotondo, un tronfio pasticcione che a cinquant'anni non ne sa molto della vita (con tutte le giustificazioni del caso), che si comporta come un quindicenne innamorato, che non ha paura di balbettare quando viene contraddetto e che pranza con la padrona di casa tutti i martedì solo per gentilezza. Un tipo ben più che imperfetto ma adorabile: molti uomini lo vorrebbero come amico e un bel po' di donne come amante. Gran trovata, perciò, affiancargli Milena, spigolosa, severa, eccessivamente complessa (e quindi seducente),  perfino odiosa nell'essere costantemente contro – la società fallocratica, il gioco d'azzardo, le relazioni sociali, il sesso. Gli innumerevoli tentativi di conquista di Jeremy sono, perciò, le altrettante prove che il lettore compie per decifrare i capelli scomposti, le ascelle non depilate, le cosce frigide di una donna impossibile da raggiungere. Ma il cortocircuito Milena-Jeremy non sarebbe così efficace se non ci fosse sullo sfondo una fulminante serie di comprimari: l'altezzoso ed indecifrabile Jacques, migliore amico, le apparizioni fuggenti di Gerard e l'ipocrisia dell'intero dipartimento di letteratura. E poi una Montreal che sembra un po' Gotham City: misteriosa, piena di vicoli e fumo che esce dai tombini, farcita di artisti stravaganti e tipi poco raccomandabili. C'è sicuramente, tra le righe, la potente guerra tra il caso e il destino, il dubbio annoso e sempiterno su chi decide cosa in questo universo che ben più caotico della mente della zingara inafferrabile. C'è la vivisezione emotiva della linea sottile sottile che separa l'infatuazione dall'amore e tutti e due dalla follia. C'è una scrittura semplicemente ispirata e attenta per cui un aggettivo non vale l'altro. C'è tutto questo, ma chi se ne frega: a farla da padrone è la genuina forza di una storia “normale” che lascia il lettore – come il protagonista – prigioniero di una catena di fiori ingannatori, tra la voglia di libertà e l'assuefazione. “Solo” la cronaca di un amore sfuggente, forse impossibile. Forse.