


Milano. Pietro Ferri fino a cinque anni fa faceva il poliziotto. Poi, a causa di una ferita d’arma da fuoco che non solo lo ha reso completamente sordo ma che lo ha anche privato di tutti i ricordi antecedenti alla sparatoria, è stato messo prematuramente a riposo. In pratica, la sua memoria è stata annullata in un solo colpo di pistola e quel che gli ex colleghi gli confidano della sua vita precedente non sembra collimare con la sua attuale personalità, come se nel passato Pietro avesse vissuto un’altra vita, con un’altra identità assolutamente diversa. Responsabile della sua condizione è il famigerato killer della Ghisolfa, che in una Milano sotto assedio compiva efferati delitti, uccidendo e mutilando barbaramente le sue vittime, trasformando la città in un mattatoio. È stato proprio lui, cinque anni prima, a renderlo sordo con un colpo sparato a bruciapelo, mentre per sfuggire ai poliziotti che lo circondavano si faceva scudo con il suo corpo. E ora, dopo tutti quegli anni di silenzio, il killer sembra essere tornato in attività e le sue prime vittime fanno parte delle conoscenze di Pietro, cominciando da semplici impiegati che per necessità frequenta saltuariamente, continuando con persone che l’ex poliziotto sta pedinando, fino a che il cerchio si stringe, perché a cadere sotto i colpi del killer sono proprio i suoi amici più intimi. Per questo l’uomo si decide a tornare sulla strada, riprendendo a collaborare con o suoi ex collegi, come Roberta, sua amante e moglie di Franco, sostituto procuratore. Durante questo tempo sospeso gli incontri fortuiti faranno da volano all’accensione della sua memoria: con Eliana, sua ex fidanzata, e poi con Giulia, compagna di scuola e custode di un segreto che lo riguarda da vicino…
Di poliziotti tormentati da incubi, sofferenti di crisi d’identità, focosi come tori e freddi come ghiacciai siamo talmente ricchi che l’ingresso di un nuovo personaggio quasi non si nota. Voglio dire, questo romanzo s’incastra perfettamente con il genere letterario giallo e violento il cui scopo è quello di sorprendere il lettore nelle ultime due o tre pagine, però qui ci sono dei limiti stilistici e tecnici che in questo caso risolvono la storia ben prima, di certo involontariamente. L’architettura funzionerebbe anche, perché le situazioni sono state spalmante e diluite nel tempo in modo tale che il tutto combaci. Ma gli interminabili monologhi dei personaggi, che compiendo voli pindarici raccontano aneddoti utili alla costruzione della trama, sono composti da vocaboli che a stento si accettano in bocca a persone comuni. Voglio dire, quando in un discorso diretto una donna dice: “volevo restare a bere quelle immagini più a lungo possibile, ma avevo paura di aver invaso quello che parve il più triste momento dell’intimità di quella donna” e ancora “il suo viso era solcato da lacrime salate, sgorgate dalla fonte di due occhi la cui profonda intensità mi colpì con inaudita energia”, ecco, la visione di un uomo e di una donna seduti a parlare scoppia come una bolla di sapone, addirittura non si materializza nella testa del lettore. Con un robusto stile, funzionale o geniale, si accettano e si ingoiano anche le immagini più scellerate, scioccanti o laide, ma in questo romanzo il combustibile della morbosità, del gusto sadico per la vista del sangue gettato in dosi massicce sulla storia non prende mai fuoco e non attizza alcunché.