Il tribunale delle anime

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Il tribunale delle anime

Roma. Un tempaccio da lupi percuote da giorni la capitale. In un'antica villa fuori mano, la squadra di primo soccorso composta da Monica - giovane medico internista -, Tony - infermiere professionista - e l’autista dell'ambulanza, è alle prese con un uomo di mezza età riverso per terra nella sua stessa urina, probabilmente vittima di un infarto. Monica e Tony cercano di rianimarlo seguendo le consuete procedure di lotta contro il tempo. Poi, il doppio colpo. Sotto la camicia del pigiama, sul torace nudo dell'uomo, una scritta incisa – uccidimi – li fa rabbrividire. Ma a gelare definitivamente il sangue nelle vene di Monica è ciò che vede in un angolo del salone. Un pattino a rotelle rosso. Quel pattino a rotelle rosso con le fibbie dorate. Identico a quello che sua sorella gemella Monica aveva indosso al momento di essere brutalmente sgozzata, un gelido mattino di dicembre di tanti anni fa. E ora con molta probabilità, per chissà quale beffardo disegno del destino, sotto le sue mani c'è proprio l'assassino di sua sorella Teresa... Qualche ora dopo, in un Caffè nei pressi di Piazza Navona, due uomini vestiti di nero, Clemente e Marcus, sono alle prese con il fascicolo di una persona scomparsa. Sulla tempia di Marcus la vistosa cicatrice è l'unico legame con il suo passato che a fatica tenta di tanto in tanto di riemergere, accompagnato da fortissime emicranie. Vorrebbe sapere tutto e subito Marcus dal suo interlocutore, ricostruire il proprio passato, quella cicatrice, il sogno ricorrente che lo perseguita ogni notte, ma Clemente gli dice di pazientare, che non è possibile ora, di fidarsi di lui, ma nel contempo di utilizzare le sue capacità mentali e tecniche, che pur non ricordando di possedere, ha, per capire che fine ha fatto Lara, studentessa modello svanita incredibilmente nel nulla. Perché Marcus non è un normale investigatore, ma un cacciatore del buio, addestrato a percepire le più impercettibili e imperscrutabili anomalie, a scovare  il male. E Lara non è frutto di una semplice scomparsa. Perché la ragazza non è mai uscita di casa, visto che la porta d'ingresso, risulta chiusa dall'interno...
A due anni di distanza dal bestseller Il suggeritore, lo scrittore pugliese Donato Carrisi - nel frattempo divenuto anche volto noto della televisione grazie alle numerose ospitate come opinionista e criminologo sugli efferati ed irrisolti casi di cronaca quotidiana - torna in libreria con il suo secondo romanzo. Un’opera inquietante e raccapricciante più e meglio della precedente, perché questa volta Carrisi non si limita ad indagare il semplice fatto di sangue, ma affonda le mani dentro di noi, nelle nostre coscienze, nelle impercettibili inquietudini e devianze dell'animo umano. Una vivisezione che non lascerà certo il lettore indifferente, consegnandogli più di un interrogativo irrisolto.  Ci sono la vendetta in questo romanzo, la colpa, ma c'è anche il perdono. C'è il peccato originale. Un'ombra che non si accontenta di uccidere le sue vittime, ma le fagocita, finendo per prenderne le sembianze. Tutto perfetto quindi? Non proprio. Perché un progetto narrativo tanto complesso e ambizioso, rispetto a Il suggeritore, nasconde qualche ombra. A volte difetta infatti, paradossalmente, proprio nella costruzione architettonica della storia. Troppe situazioni 'telefonate', 'imposte' o affrettate, lasciano qui e là curiosamente perplessi. Forse la fatica di troppi piani narrativi da portare avanti o i troppi personaggi, giustificano parzialmente questo neo. Peccato, perché una buccia di banana siffatta per un romanzo che non mira al semplice intrattenimento nero, poteva con più attenzione essere evitato. Ma nulla toglie ad una prova che consacra definitivamente Carrisi tra i grandi romanzieri noir contemporanei. Indubbiamente uno dei più esperti ed autorevoli narratori del male.