Io uccido
Al suo esordio nel thriller, Giorgio Faletti fa centro con quasi settecento pagine ben scritte e - è il caso di dirlo - ben orchestrate su una partitura ricca di riferimenti al rock, al blues e al jazz. Procede per piccoli e continui colpi di scena, dilata la descrizione dell'azione frame per frame, mostrando minuziosamente l’inseguirsi degli eventi con una narrazione molto visiva, di stampo cinematografico. Senza nulla svelare della trama e del colpevole, questo non è solo un giallo che inietta adrenalina fino all'ultimo. È un romanzo sulle aberrazioni dei padri che generano mostri, né più né meno che il sonno della ragione goyesco. Padri dispotici e bacati, che hanno ammorbato l'esistenza di tutti quelli che avevano intorno, ferendo ignobilmente i più fragili (e in uno dei modi affiora il ricordo di "Chinatown" di Polanski). Qualcuno si salva dallo stritolamento di queste ingombranti e perverse figure genitoriali. Qualcuno, invece, da vittima si trasforma in carnefice. Ma invece di fermarsi a una comprensibile - se non giustificabile – vendetta, procede oltre, lungo i binari della follia. Alla sua uscita, si è molto parlato di Io uccido anche in virtù del trasformismo del suo autore, ex comico, paroliere di successo, cantante che ha sfiorato la vittoria a Sanremo. A distanza di qualche anno possiamo dimenticare il "caso Faletti” e rendere giustizia alla sua opera per quello che è: un libro di genere di eccellente livello, che spinge avanti la pallina della tensione come se giocasse a flipper con noi lettori e alla fine vince la partita con nostra piena soddisfazione.
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