Che mora la morte
Vista da sopra, da sotto, di lato, osservata dai punti più insoliti, raccontata, quasi vissuta sulla propria pelle, nulla sembra scalfire l'immutabile espressione della morte: nulla spodestarla, nulla arrestarla. Al limite, forse, farle il solletico con il sorriso amaro di un'ironia senza pace. È la prospettiva che Giampaolo Correale, sceneggiatore e collaboratore di programmi radiofonici e televisivi, sceglie in Che mora la morte per descrivere un sentimento prima che un dato di fatto, uno stato d'animo a fronte delle sue conseguenze reali. Camminando in punta di piedi tra le lapidi di Spoon River, Che mora la morte inscena i dolori del maturo Carrasco, ferocemente diviso tra storie mai nate, donne distratte, gesti abortiti: una vita normalmente mediocre, senza guizzi né schizzi di fango, che Correale descrive come insulsa girandola di parole ed incontri. Che mora la morte è una raffinata costruzione intellettuale: una precisa arma da taglio, a sezionare un corpo senza più sangue. Quella di Carrasco diviene così una diseducazione sentimentale che respinge, a tratti infastidisce: un diario le cui pagine hanno la cadenza lenta di un'insoddisfazione troppo altolocata per essere vera, i cui lembi non arrivano a sfiorare il pavimento sporco della realtà. Che mora la morte è un perfetto esercizio di stile, destinato a rimanere circoscritto, però, tra le mura gelate dell'erudizione.
acquista:

Gerry Scotti vi consiglia: 


