Che mora la morte

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uno
Che mora la morte
Arrivato nel mezzo del cammin della sua vita (la media età di oggi spostata sempre un po' più in là, fino a lambire la “terza”), Carrasco è un uomo solitario e discosto: dagli eventi, dalle persone, dai loro umori. Osservando la maestosa ed indifferente grandezza del mondo, o studiando gli insignificanti dettagli giornalieri, mette tra sé e gli altri il vetro trasparente della memoria: per difendersi, forse, o per non farsi travolgere dalla tristezza di un oblio imminente. Così, preso atto di un inarrestabile involgarimento della società, della cultura, Carrasco, tra piani di rientro, colleghi capricciosi, segretarie efficienti, ripercorre il cammino fatto fin lì: dividendo equamente il tempo tra Roma, città sporca e bellissima, e la Toscana mitica di un'infanzia felice, trascorsa tra le premure e i mobili eleganti nella casa dei nonni. Immergendosi in incontri reali e fittizi, lo supportano nel lavoro di scavo tra amori storti come alberi malati (Cecilia, Benedetta, Francesca, Luisa e Laura) un sacchetto di medicinali, un misero bicchiere di plastica pieno di acool, ed epitaffi fittizi scritti a bella posta per i vivi più che per i morti. Carrasco sa che scrivere tutto questo sarà doloroso, fino all'insopportabile, ma non farlo sarà una vittoria irridemibile dell'oblio, della signora morte...
Vista da sopra, da sotto, di lato, osservata dai punti più insoliti, raccontata, quasi vissuta sulla propria pelle, nulla sembra scalfire l'immutabile espressione della morte: nulla spodestarla, nulla arrestarla. Al limite, forse, farle il solletico con il sorriso amaro di un'ironia senza pace. È la prospettiva che Giampaolo Correale, sceneggiatore e collaboratore di programmi radiofonici e televisivi, sceglie in Che mora la morte per descrivere un sentimento prima che un dato di fatto, uno stato d'animo a fronte delle sue conseguenze reali. Camminando in punta di piedi tra le lapidi di Spoon River, Che mora la morte inscena i dolori del maturo Carrasco, ferocemente diviso tra storie mai nate, donne distratte, gesti abortiti: una vita normalmente mediocre, senza guizzi né schizzi di fango, che Correale descrive come insulsa girandola di parole ed incontri. Che mora la morte è una raffinata costruzione intellettuale: una precisa arma da taglio, a sezionare un corpo senza più sangue. Quella di Carrasco diviene così una diseducazione sentimentale che respinge, a tratti infastidisce: un diario le cui pagine hanno la cadenza lenta di un'insoddisfazione troppo altolocata per essere vera, i cui lembi non arrivano a sfiorare il pavimento sporco della realtà.  Che mora la morte è un perfetto esercizio di stile, destinato a rimanere circoscritto, però, tra le mura gelate dell'erudizione.