Il caso Battisti

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Il caso Battisti
Uno dei casi giudiziari più controversi della storia italiana, risalente agli anni bui del terrorismo, è legato al nome di Cesare Battisti, che sul finire degli anni settanta partecipa alle azioni, anche omicide, di un gruppo armato, i PAC (Proletari Armati per il Comunismo). Battisti viene arrestato e incarcerato, ma nel 1981 riesce a fuggire dal carcere di Frosinone e si rifugia in Francia, dove vive in latitanza, prima di fuggire in Messico. La dottrina Mitterand, esplicitata di lì a poco (1985), concede il diritto d’asilo a coloro che abbiano compiuto atti di natura violenta d’ispirazione politica e permette così a Battisti, come ad altri, di mettersi al sicuro oltralpe dalle richieste di estradizione provenienti dall’Italia. All’inizio del nuovo secolo, la linea dell’allora Presidente francese viene abbandonata, iniziano a trovare accoglimento le richieste italiane di estradizione, tra le quali quella per Battisti (2005), che nel frattempo è stato condannato in contumacia a quattro ergastoli per altrettanti omicidi (tre come esecutore materiale e uno per concorso morale, essendo tra gli ideatori del delitto). A distanza di oltre trent’anni dai fatti, Battisti, che nel frattempo è divenuto scrittore di un certo successo, fugge nuovamente per approdare in Brasile, dove viene arrestato nel 2007 e poi rilasciato in seguito ai “fondati sospetti” del Presidente Lula (confermati anche dall’attuale Dilma Rousseff) che si tratti di un perseguitato politico. Questi sospetti inducono il Presidente brasiliano, nel gennaio 2011, a non concedere l’estradizione…
Il «caso Battisti» torna periodicamente ad animare accesi dibattiti e a suscitare conflitti  politico-diplomatici tra i vari Paesi di volta in volta coinvolti e l’Italia: per alcuni si tratta di un perseguitato dal sistema giudiziario italiano, vittima della legislazione speciale anti-terrorismo e delle delazioni, per altri è solo un criminale. Il conflitto Italia-Brasile, peraltro, sembra tutto politico-diplomatico e non già fra le magistrature dei due paesi, se si pensa che il giudizio della Corte federale brasiliana rileva solo la conformità formale alla legge della decisione politica di Lula di non concedere l’estradizione. Giuliano Turone esamina i 53 faldoni che contengono gli atti della decina di processi celebrati contro i Pac e ha il merito di rendere intelligibili anche ai non addetti ai lavori, le indagini, gli atti e le sentenze nei confronti del gruppo terrorista. Dalla rilettura della vicenda anche alla luce dell’attuale sistema probatorio processuale, considerato più garantista dallo stesso autore ad esempio in relazione all'uso delle dichiarazioni di pentiti e dissociati, la colpevolezza di Battisti emergerebbe anche oggi dal confronto delle deposizioni di due pentiti e di tre dissociati. Vengono spiegati con semplicità ai non addetti ai lavori una serie di concetti giuridici non proprio immediati, come il processo in contumacia (cioè quello celebrato in assenza dell'imputato, ma con tutte le garanzie costituzionali di difesa) o la differenza tra i pentiti, che chiamano in correità altre persone, e i dissociati, che collaborano senza accusare direttamente alcuno all'infuori di se stessi.Occorre, tuttavia, sottolineare alcune criticità nel lavoro dell’ex magistrato. In primo luogo, la ricostruzione storica, che occupa due capitoli (Flashback sul contesto socio-politico e In principio era Potere operaio), appare un po’ sommaria e troppo funzionale alla tesi che l’autore vuole dimostrare: “la spinta della contestazione si arrestò a metà del 1969”, sostiene Turone, e la partecipazione di massa fu ben presto sostituita dalla violenza criminale anche di piccoli gruppi di terroristi come i Pac, la cui matrice ideologica sarebbe rappresentata da quei cattivi maestri di Potere operaio, in primis Toni Negri. In realtà, il movimento studentesco e operaio fu molto attivo anche nei primi anni settanta, con occupazioni di scuole, università e fabbriche (quella della Fiat è del 1973), scioperi, nuovi organismi di rappresentanza (i consigli di fabbrica), insubordinazione operaia diffusa e lotte per la riduzione dell’orario di lavoro, che portarono, tra l’altro, all’emanazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970. Ricostruire, poi, le motivazioni ideologiche dei Pac a partire dalle posizioni di «Potere operaio» appare una forzatura, che certamente fu alla base di molti filoni di indagine giudiziaria sui gruppi armati, volti anche ad esaminare i rapporti, peraltro davvero minoritari, tra criminalità comune e terrorismo politico, ma che appare un po’ fuorviante a fronte della lettura dei vari percorsi culturali ed esistenziali intrapresi dagli ex terroristi per arrivare alle armi, a partire dalla metà degli anni settanta. Si tratta di scelte che non sembrano avere nulla a che vedere con le analisi, le strategie e lo stesso linguaggio di Potere operaio e, poi, dell’Autonomia. Che uno o due terroristi (e non è il caso di Battisti) provengano da quell’Area non vale a dimostrare il contrario. Spiace, infine, leggere un intero capitolo d’attacco alla rivista on-line Carmilla, che si prefigge il mestiere nobile della controinformazione, attraverso la quale si è riusciti a fare luce su eventi tragici della nostra storia e senza la quale, ad esempio, Valpreda sarebbe tuttora l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana (1969), invece ascrivibile all’eversione nera con notevoli connivenze di settori delle istituzioni democratiche, mentre Pinelli sarebbe rimasto vittima di un “malore attivo”, che lo avrebbe indotto a gettarsi dalla finestra della Questura di Milano. Turone, come chi scrive e, suppongo, la stragrande maggioranza degli italiani, vorrebbe chiudere i conti, e non gli occhi, con il passato e le sue ferite ancora aperte, perché non continuino a pesare sul nostro presente. Per farlo, più che sperare in un’opzione volontaristica, che vedrebbe Battisti “tornare volontariamente in Italia” per “accettare quella pena che - grazie alla legge Gozzini - è meno spaventosa di quanto non sembri” e trasformarlo in “una sorta di catalizzatore dell'agognato superamento di quegli anni”, credo sia utile recuperare una memoria il più possibile condivisa e oggettiva della realtà storica di quegli anni, senza dimenticare o, peggio, negare gli strumenti speciali di cui si avvalse l’apparato di potere democratico italiano, a cominciare da quella legge Reale “a tutela dell’ordine pubblico” (1975). Legge che, raddoppiando i termini del fermo di polizia senza convalida giudiziaria e aumentando i casi di uso legittimo delle armi da parte delle forze di polizia, portò a più di 250 morti nel primo quindicennio di vigenza (di cui oltre 80 in assenza di reati anche presumibili). Negare la specialità o l’eccezionalità di questa legge, come dei decreti Cossiga di poco successivi, certamente non aiuta a ristabilire la verità, storica o giudiziaria che sia, tanto meno a superare un uso spesso strumentale di quegli anni e di certe idealità.

Leggi l'intervista a Giuliano Turone