Dove eravate tutti
Dove eravate tutti? No, meglio ancora: dove eravamo, tutti, per non far torto a nessuno, padri e figli, per dividere equamente colpe e responsabilità. Paolo Di Paolo, giovane (davvero: è nato nel 1983) e bravo scrittore, lo domanda dalle pagine del suo ultimo lavoro: Dove eravate tutti, appunto, senza alcun punto di domanda a rendere l'interrogazione da stupita a sensata, ragionevole, perfino necessaria. Dove eravamo quando il primo presidente di colore veniva eletto alla Casa Bianca? Quando il terrorismo infettava le cosmopolite strade di Londra? Dove siamo stati, noi italiani, e cosa abbiamo fatto negli ultimi trent'anni, mentre il mondo cambiava troppo rapidamente per qualunque definizione prensile? Eravamo, risponde Di Paolo, in crociera: imbarcati sulla oramai vecchia, ammuffita nave del berlusconismo, salpata con tutti gli onori negli anni Novanta e arrivata, scalcinata, semivuota, arrugginita, al porto del nuovo millennio. Siamo stati occupati a crescere, a districarci nella giungla dei sentimenti, delle scelte: siamo stati impegnati (se di impegno si possa parlare, in questo caso) a subire le lusinghe di un regime volgarmente suadente. Dove eravate tutti racconta la fine di un'epoca imbavagliata dal monopolio politico e televisivo, di un ingombrante e pericoloso vuoto civile che una tesi di storia non riesce a colmare: lo fa stringendo l'obiettivo su di una famiglia qualunque, i Tramontana, con un originale pastiche di memorie, pagine di quotidiani, oggetti perduti e mai dimenticati. Paolo Di Paolo possiede il talento del grande narratore capace com'è di non perdere un dettaglio, di non far scivolare nulla nel particolarismo, specchiando i piccoli e grandi eventi di casa nostra nella scena internazionale: bilanciando razionalità e sentimento, partecipazione personale e critica obiettività. Ma la dote più grande, forse, Di Paolo la dimostra proprio nella descrizione, lucida e malinconica, di questa “casa” così bisognosa di manutenzione: una dimora dagli infissi rovinati, i pavimenti macchiati, le tubature rotte, dove scorrazzano a piede libero i fantasmi di colpi di stato veri o presunti, dei suidici per caso, dei manovratori invisibili. Una casa che ancora, e sempre, disprezziamo ma che, nonostante tutto, non ci decidiamo a ristrutturare con una buona dose di semplice buon senso. Dove eravate tutti “ci” racconta alla perfezione, meglio e più di qualunque documentario, di qualunque trattato sociologico: ora sta a noi aprire gli occhi, tornare ai nostri doveri, spiegare a chi verrà che cosa non abbiamo fatto lasciargli in eredità questo strano Paese confuso e cinico.
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