


Un tempo senza tempo, che ricorda il XIX secolo. Desdemona è una 14enne entusiasticamente dedita alla masturbazione (con l'ausilio di oggetti, dei più svariati), alla bestialità (con la scusa di lunghe passeggiate nei boschi col suo pastore tedesco, Sarpedonte) e ai cunnilingus che un timido cuginetto le pratica un po' controvoglia. È figlia di una madre sussiegosa, formosetta e moralista, casalinga impeccabile, e di un padre importatore di diamanti dall'India goffo, emaciato, amante della poesia e apparentemente asessuato. I due genitori, ansiosi che Desdemona diventi una ragazza a modo, la iscrivono al Collegio Delle Fanciulle: tre giorni di viaggio in carrozza, un imbarazzante colloquio con la direttrice – la spigolosa, magrissima sessantenne col vocione Andromaca – un commiato lacrimoso e la teenager inquieta inizia la sua avventura nel barocco, decadente istituto, un'avventura che è previsto duri per ben quattro anni. Indossata la divisa del Collegio Delle Fanciulle (un abitino verde smeraldo dalle maniche a sbuffo), fa la conoscenza delle sue compagne di stanza Cassandra e Animone. La prima – figlia di banchieri – ha passato l'infanzia a farsi fottere praticamente da chiunque, la seconda – figlia di proprietari terrieri – ha scoperto di avere una passione per la sodomia in occasione di uno stupro anale subito dal figlio 18enne della sua dispotica bambinaia. Entrambe passano le serate in allegra e disinibita compagnia di Creonte e Minosse, due giovanotti che frequentano il Conservatorio poco distante che vengono fatti entrare di nascosto da un anziano custode compiacente (in cambio di favori sessuali, chiaro). Alle due nuove amiche, che sembrano adorarla, Desdemona non può certo raccontare di non aver ancora avuto un rapporto sessuale completo (con un essere umano, almeno) alla bella età di 14 anni, quindi si inventa un background erotico di tutto rispetto. È l'inizio di un'amicizia – o meglio di una reciproca dipendenza - basata sulla più totale sfrenatezza, non solo erotica...
Isabella Santacroce, sempre più calata nel suo ruolo di gran sacerdotessa goth BDSM, si cimenta in un malsano romanzo di formazione che rielabora i classici della letteratura erotica alla luce di un approccio estetizzante ultradecadente (“credo nell’importanza di sfigurare i codici morali abbellendoli di nastrini colorati”, ha dichiarato in una recente intervista). In
V.M. 18 le giovani protagoniste si inebriano di un Male e di un peccato che – trasfigurato e elevato al cubo – diventa nelle intenzioni dell'autrice forza creatrice, diritto di predazione, come una volontà di potenza di nietzschiana memoria esercitata con un calcolato sfregio dei sentimenti che ricorda molto l'approccio di Sade. Gli espedienti stilistici dell'anteposizione tenace degli aggettivi ai nomi (“Spesso fantasticavo di torture, di porcini atti, d'innominabili violenze, d'acrobatiche orge, di succhiamenti di verghe, di bestie in calore mischiate tra gli umani corpi (...)” e della ostinata ripetizione di alcuni concetti/fatti invece – se da una parte hanno successo nel generare una sorta di effetto mantra, un ritmo salmodiante nella narrazione che rende a tratti V.M. 18 più simile a un incantesimo che a un romanzo nel senso consueto del termine – dall'altra appesantiscono ulteriormente lo stile già insopportabilmente ampolloso. Aggiungiamo che il libro sfiora le 500 pagine (300 sarebbero state più che sufficienti) e capiremo perché, nonostante in media ogni 3 pagine ci sia una sequenza ad alto tasso erotico, durante la lettura siano più gli sbadigli che le erezioni.