Nevè Shalom – Wahat al-Salam

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uno
Nevè Shalom – Wahat al-Salam
Jan e Safiyya sono amici inseparabili: lui italiano, lei araba. Decidono di condividere un momento importante della loro vita e della loro crescita: partono come volontari per una ONG per raggiungere il villaggio di Nevè Shalom – Wahat al–Salam in Israele. Li accoglie Yoshua, uno dei volontari e già amico della ragazza, di origine ebraica. Tra i tre giovani si instaura subito un rapporto di profondo affetto e di complicità: la loro giovane età, i vissuti completamente diversi, la terra che li circonda – afflitta da profonde sofferenze, da una guerra mai sopita ma allo stesso tempo di una bellezza straziante e disarmante – fanno da collante per la crescita del loro rapporto. Tra Safiyya e Yoshua, quasi inevitabilmente, sboccia l’amore. Quando Jan sarà richiamato in Italia perché il lavoro per l’ONG è stato portato a termine, Safiyya resterà con Yoshua in Israele. A Jan resteranno i ricordi di un villaggio, quello di Nevè Shalom – Wahat al– Salam, in cui la convivenza tra ebrei e palestinesi è possibile, un’oasi di pace (nomen omen) in una terra martoriata dalla violenza…
Nuccio Franco, giornalista free lance, scrive un romanzo dalla trama semplice, naif e scontata. Non c’è nulla infatti in queste pagine che non sia prevedibile. I dialoghi tra i personaggi sono lunghi monologhi alternati intrisi di un moralismo spicciolo che conduce il lettore all’irritazione o allo sfinimento, o a entrambe le cose. I tre protagonisti sono letteralmente schiacciati dai loro cliché: la giovane araba che si innamora del giovane israeliano, la famiglia di lui che non li accetta e il loro dolore per l’essere emarginati sono quanto di più vicino all’archetipo si possa pensare (Romeo e Giulietta insegnano). L’editing è sciatto e poco curato, con refusi grossolani. Mi rendo conto che, verosimilmente, all’autore poco importa della storia alla base del suo romanzo. Molto probabilmente la sua intenzione è quella di comunicare un messaggio condivisibile: quello che sul suolo israelo-palestinese possano finalmente convivere pacificamente due popoli in due Stati diversi. Allora a che serve scrivere un romanzo di così scarsa qualità? Non sarebbe stato più utile e di gran lunga più interessante per i lettori un reportage giornalistico sulla sua esperienza in quei luoghi?