Il birrodotto del molo
Ci troviamo di fronte alla solita storia di un giovane alcolizzato che scrive nel tempo perso sperando di pubblicare il suo libro, ha perso la ragazza e si strugge tra interminabili e angoscianti riflessioni filosofiche. La trama - seppur trita e ritrita - poteva essere sviluppata meglio e stuzzicare quindi la curiosità, o meglio ancora l’empatia, del lettore. L’autore però non riesce a coinvolgere, la storia appare fredda e distaccata, non ‘arriva’ dal protagonista quel dolore immenso e quel senso di sconfitta che si prova soltanto quando ormai si è persa qualsiasi cosa. L’utilizzo di frasi fatte e luoghi comuni rendono le poche (fortunatamente) pagine davvero noiose. Non c’è alcuna verve, latitano carattere e personalità, i capitoli iniziano sempre nello stesso identico modo: il protagonista si alza, sconvolto dalla sbronza della sera precedente e si accorge di essere rimasto solo, piange e si prepara un caffè. Depressione e angoscia permeano tutto, ma non sono il punto di partenza di niente, il pretesto per nessuna arte: ti ritrovi prigioniero in un blues che si interrompe dopo poche battute lasciandoti là frustrato e perplesso.
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