Appartamento con ingresso nel cortile

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due
Appartamento con ingresso nel cortile
Clara Hofman è una bella ragazza. Si sarebbe già trovata un fidanzato, un marito addirittura, avrebbe messo su famiglia e tutto sarebbe andato a posto. Peccato per quella carne, quella carne non sua che le cresce tra le dita e sui gomiti. Si chiama crescita selvaggia, anche detta corpo estraneo. Secondo Clara ce l’hanno messa i tedeschi, mentre era nei campi di concentramento... Poi c’è Daasa Elihu, che è uscito dal carcere e si aggira per gli agrumeti aspettando che un bambino si perda proprio da quelle parti. Daasa Elihu lo aspetta per acciuffarlo ed ucciderlo. Certo, Tzvika era il più veloce di tutti nelle gare di ginnastica, forse correndo ce l’avrebbe fatta anche a seminarlo. Ma sentiva sempre la sua voce che lo chiamava: “Peldicarota vieni qui!”. Perché lo chiamava peldicarota? Tzika aveva i capelli castani, non rossi...
Il mistero della crescita selvaggia spalanca una storia di piccole e grandi quotidianità. Attraverso nove brevi racconti, intensi e animati da turbe psichiche, Yehoshua Kenaz ci conduce in un piccolo mondo movimentato da minuscole azioni apparentemente insignificanti e che invece costituiscono ciascuna un episodio breve ma determinante nella vita dei personaggi. "La valigia nera" è forse quello più straziante. Quello di un padre distratto ed assente che lascia il bambino da solo al tavolino di un bar, pagando in anticipo per lui e salutandolo distrattamente. Ma il bambino non vuole più niente. Quando esce dal locale vuole solo correre a casa, sa che deve arrivarci nel più breve tempo possibile. Ma vomita. Lo incontra la maestra, e lo colpevolizza di ciò che è accaduto: perché non hai detto a tuo padre che ti sentivi male? Ora sei sporco e puzzi. Sono storie di violenze, se vogliamo piccole ma profonde, che lasciano segni nell’animo. Come se i protagonisti, tutti ebrei, rivivessero a distanza di tempo e spazio, quello che hanno vissuto, direttamente o indirettamente, nei campi di concentramento. Un modo per farci capire che la Shoha prosegue, è quotidiana, e non è forse questione di stelle a cinque punte. La scrittura di Kenaz si sforza di essere asettica, mette in onda le nove storie come fossero nove ciniche pubblicità da televisione, senza espliciti riferimenti culturali che le appesantiscano, senza osservazioni psico o sociologiche che possano astrarle. La violenza fisica, della carne, e niente altro. I segni dell’anima, che si intravedono come nuvole inconsistenti ma che pure cambiano il cielo e le giornate decidendone il sereno o il temporale. Un libro veloce, da leggere in nove sere se non si ha paura poi di fare brutti sogni.