Appartamento con ingresso nel cortile
Il mistero della crescita selvaggia spalanca una storia di piccole e grandi quotidianità. Attraverso nove brevi racconti, intensi e animati da turbe psichiche, Yehoshua Kenaz ci conduce in un piccolo mondo movimentato da minuscole azioni apparentemente insignificanti e che invece costituiscono ciascuna un episodio breve ma determinante nella vita dei personaggi. "La valigia nera" è forse quello più straziante. Quello di un padre distratto ed assente che lascia il bambino da solo al tavolino di un bar, pagando in anticipo per lui e salutandolo distrattamente. Ma il bambino non vuole più niente. Quando esce dal locale vuole solo correre a casa, sa che deve arrivarci nel più breve tempo possibile. Ma vomita. Lo incontra la maestra, e lo colpevolizza di ciò che è accaduto: perché non hai detto a tuo padre che ti sentivi male? Ora sei sporco e puzzi. Sono storie di violenze, se vogliamo piccole ma profonde, che lasciano segni nell’animo. Come se i protagonisti, tutti ebrei, rivivessero a distanza di tempo e spazio, quello che hanno vissuto, direttamente o indirettamente, nei campi di concentramento. Un modo per farci capire che la Shoha prosegue, è quotidiana, e non è forse questione di stelle a cinque punte. La scrittura di Kenaz si sforza di essere asettica, mette in onda le nove storie come fossero nove ciniche pubblicità da televisione, senza espliciti riferimenti culturali che le appesantiscano, senza osservazioni psico o sociologiche che possano astrarle. La violenza fisica, della carne, e niente altro. I segni dell’anima, che si intravedono come nuvole inconsistenti ma che pure cambiano il cielo e le giornate decidendone il sereno o il temporale. Un libro veloce, da leggere in nove sere se non si ha paura poi di fare brutti sogni.
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