Terrence Mallick

Terrence Mallick
Uno che a trent'anni esordisce con un film come “La rabbia giovane”, con protagonista Martin Sheen, e che cinque anni dopo vince il premio per la miglior regia al Festival di Cannes con “I giorni del cielo” (pellicola che si aggiudica anche l'Oscar per la fotografia), non poteva che avere davanti un futuro brillante. Futuro che si chiama “La sottile linea rossa”, nel quale leggenda vuole volesse recitare (gratuitamente) tutto il gotha di Hollywood, e che fa rima con Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1999. E con sette nomination all'Oscar, chiaramente. La gragnuola di premi a cui Terrence Malick è abituato si interrompe con “The new world – Il nuovo mondo”, personale rivisitazione delle leggende legate a Pocahontas. Passano sei anni (Malick, con cinque film diretti in quasi quarant'anni di carriera è la perfetta antitesi del regista prolifico) e il suo “The tree of life” trionfa a Cannes. Le recensioni che arrivano da La Croisette non sono di unanime entusiasmo, ma fotografano l'aura di rispetto, ammirazione e incredulità di cui gode il cinema del regista statunitense…
Moviement, un po' libro un po' rivista, aggiorna e fa il punto (purtroppo prima dell'ultimo successo al festival francese) su un regista che troppo poco è stato studiato in Italia. Dopo alcune pubblicazioni, peraltro parziali (tra cui spicca quella di Andrea Fornasiero edita dai tipi de Le Mani), questo breve volume curato come sempre da Gemma Lanzo e Costanzo Antermite giunge a chiarire alcuni risvolti essenziali. Non certo per la sua completezza, impossibile da esigere dal formato editoriale, ma perché pur nella sua brevità lancia alcune interpretazioni e idee che potranno fungere da basi per un approfondimento futuro. Il breve saggio di Ian Rijsdijk, Il cinema di Terrence Malick: visioni poetiche dell'America ne è un fulgido esempio: tratto (e tradotto) dal volume omonimo edito in Inghilterra da Wallflower Press, sembra ad una prima lettura la semplice introduzione ad una serie di scritti. Mette invece in evidenza come il lavoro del regista sfugga ad una catalogazione come quella tentata fino a questo momento. Come tra i suoi primi film e “La sottile linea rossa” (e quelli che seguono) i punti di rottura siano più dei punti di contatto. Sottolineando inoltre che questo cambiamento non è affatto il segno di una discontinuità, ma di una continua e progressiva ricerca all'interno di uno stesso recinto che è possibile di tanto in tanto oltrepassare. La scelta dei curatori del volume è interessante: nonostante il “nostro” abbia diretto solo una manciata di film non deve essergli sembrato opportuno dedicare la loro attenzione esclusivamente alle singole pellicole. Troppo banale una raccolta di saggi che fossero semplicemente recensioni, punti di vista su ogni lavoro del regista. Sarebbe forse stata la soluzione più comoda, quella meno impervia. Molto meglio dedicarsi a indagini trasversali come quella condotta, magistralmente, da Alberto Spadafora e intitolata “La sospensione narrativa in Malick”, che studia una delle più straordinarie evidenze (e costanti) del cinema del cineasta americano. Tra contributi originali e scritti apparsi già in volumi internazionali, tradotti per l'occasione, il volume approda all'intervista al collettivo “Citrullo International”, brillante gruppo di film makers italiani che ha fatto (e sta facendo ancora) un lavoro di documentazione egregia sull'autore de “La rabbia giovane”. Apparato iconografico un po' trascurato, con immagini spesso sgranate.

 

 

 
 
 
 
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