Gli occhi dell'anti-dio
Il problema de Gli occhi dell'anti-dio non è certo carenza di fantasia da parte dell'autore Luka Kremo Baroncinij, né tantomeno inadeguatezza della scrittura a restituire precise idee o apparentemente inenarrabili visioni. La questione, nell'economia generale del romanzo, è una certa lentezza di avviamento della macchina, che seppur si dimostra ottimamente funzionante durante il viaggio, paga eccessivamente lo scotto dell'attesa di un evento che giustifichi l'intrecciarsi di tre differenti linee narrative (Grummy, Izumi e la Triade) e della messa a punto di un mondo finzionale di tali dimensioni. Sì perché la fantascienza non può essere solo esercizio di ingegneria creativa, ma ha da sempre riservato le sue vette più alte a opere che avessero non solo un'ottima ricostruzione storico-sociale del contesto a sorreggere una bella vicenda, ma appunto e soprattutto una straordinaria storia da raccontare che motivasse lo sforzo architettonico. Questa storia, in Gli occhi dell'anti-dio, si fa attendete e quando arriva non soddisfa a pieno. Probabilmente sarebbe servito maggiore spazio per sviluppare una trama complessa che soffre lo scarto tra due velocità in contrasto. Tuttavia la lettura risulta piacevole, nonostante l'indugiare di Kremo su una serie di citazioni e rimandi ben posizionati ma troppo espliciti: Huxley su tutti, Delany e Manchevski dichiarati e l'immancabile Asimov, creditore inconsapevole di una generazione. Il grande pregio di Baroncinij è, comunque, saper attribuire un linguaggio ad ogni personaggio e declinare la propria inventiva non solo sui contenuti ma anche sulla forma da essi assunta: simpatico lo sgrammaticato di Grummy, interessante la narrazione nelle parti riguardanti il mondo delle tre corporazioni, in cui il lettore riveste un ruolo differente ad ogni paragrafo, in modo da assistere alle scene senza perdersi nulla. La scrittura di Baroncinij, ricercata, attenta, analitica quanto basta e nella misura richiesta dalle regole di genere, e l'universo narrativo valgono comunque la lettura di un romanzo apprezzabile soprattutto per le potenzialità più che per le dimostrazioni. Peccato per la confezione non all'altezza delle premesse, eccezion fatta per le illustrazioni – seppure qualitativamente altalenanti - di Alessandro Gatti.
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