Le cose che ho imparato
Le cose che ho imparato è un testo difficile da inserire in una categoria narrativa: non è esclusivamente la storia privata di un uomo, non è un memoir – anzi, Riotta non ha intenzione di fermarsi e di mettere un punto alla sua carriera – non è un libro che parli della nostalgie degli “esuli”: è tutto questo assieme e anche di più. L’autore ripercorre le tappe fondamentali della sua vita: l’esame di maturità sotto gli occhi di Sciascia, gli incontri con Mario Rigoni Stern e Vittorio Foa, la Torino di Primo Levi e la New York di cui sarà sempre innamorato, le parole di Walter Cronkite, uno dei più grandi inviati di guerra dei nostri tempi, prima della partenza di Riotta verso l’Iraq. Le cose che ho imparato è anche un libro sui libri: quelli letti da ragazzo e mai dimenticati, Salgari, Calvino, Verne, l’Odissea, Sciascia, Stevenson, London, Dostoevskij, quelli mandati a memoria in Università, Virgilio, Ovidio, Husserl, Tarski, Primo Levi. I libri letti in volo sull’Atlantico, di notte, Gogol, Sun Tzu, Clausewitz, Nievo, Bassani, Kerényi, Banfield, Eschilo, l’Ecclesiaste, Minsky, Conrad, Bob Kennedy, Nievo, Putnam, Said, e ancora Pirandello, l’amatissimo Camus, il venerato Vassilij Grossman. Forse è questa la parte più “debole” del racconto di Riotta: le sue continue citazioni, i riferimenti ai suoi maestri rendono farraginosa la lettura del testo, il lettore fa fatica a ritrovare il bandolo della matassa. Gianni Riotta è, senza ombra di dubbio, un uomo colto: forse fare questo sfoggio così evidente del suo sapere è il limite più grande del suo libro, non appassiona il lettore, magari facendogli venir voglia di scoprire qualche autore che non conosce, anzi, appesantisce la struttura spingendoci alla noia. Ed è un’occasione mancata.
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