Le cose che ho imparato

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Le cose che ho imparato
Quando si abbandona un luogo caro, consiglia il celebre giornalista Gianni Riotta, è preferibile non utilizzare come mezzo di trasporto la nave. Meglio salire su un treno, lasciarsi alle spalle una stazione ferroviaria affollata, meglio salire su un bus o su un’auto e, dopo un po’, lasciarsi incantare dal paesaggio circostante, oppure essere frettolosamente accompagnati al gate da una hostess per non perdere il proprio aereo. Imbarcarsi su una nave vuol dire avere di fronte per molto tempo – se c’è una serata limpida – il porto, la banchina su cui ci sono ancora i propri familiari: la terra ferma resta a lungo il vostro orizzonte e vien la voglia di tornare indietro, non si riescono a trattenere quelle fitte malinconiche che ci attraversano l’anima. Partire, come dice una celebre canzone, è sempre un po’ morire. Gianni Riotta è partito. S’è lasciato alle spalle la sua Sicilia, i suoi affetti, i suoi ricordi, ed ha affrontato il mondo, ha viaggiato, ha vissuto per tanti anni lontano non solo dalla sua terra ma dall’Italia, è stato corrispondente per il Corriere della sera a New York, ma è stato anche un inviato di guerra in Iraq. Riotta ha sempre desiderato mettersi alla prova, sperimentarsi, non fermarsi mai davanti alle difficoltà, viaggiare è una necessità per vivere la vita che desidera...
Le cose che ho imparato è un testo difficile da inserire in una categoria narrativa: non è esclusivamente la storia privata di un uomo, non è un memoir – anzi, Riotta non ha intenzione di fermarsi e di mettere un punto alla sua carriera – non è un libro che parli della nostalgie degli “esuli”: è tutto questo assieme e anche di più. L’autore ripercorre le tappe fondamentali della sua vita: l’esame di maturità sotto gli occhi di Sciascia, gli incontri con Mario Rigoni Stern e Vittorio Foa, la Torino di Primo Levi e la New York di cui sarà sempre innamorato, le parole di Walter Cronkite, uno dei più grandi inviati di guerra dei nostri tempi, prima della partenza di Riotta verso l’Iraq. Le cose che ho imparato è anche un libro sui libri: quelli letti da ragazzo e mai dimenticati, Salgari, Calvino, Verne, l’Odissea, Sciascia, Stevenson, London, Dostoevskij, quelli mandati a memoria in Università, Virgilio, Ovidio, Husserl, Tarski, Primo Levi. I libri letti in volo sull’Atlantico, di notte, Gogol, Sun Tzu, Clausewitz, Nievo, Bassani, Kerényi, Banfield, Eschilo, l’Ecclesiaste, Minsky, Conrad, Bob Kennedy, Nievo, Putnam, Said, e ancora Pirandello, l’amatissimo Camus, il venerato Vassilij Grossman. Forse è questa la parte più “debole” del racconto di Riotta: le sue continue citazioni, i riferimenti ai suoi maestri rendono farraginosa la lettura del testo, il lettore fa fatica a ritrovare il bandolo della matassa. Gianni Riotta è, senza ombra di dubbio, un uomo colto: forse fare questo sfoggio così evidente del suo sapere è il limite più grande del suo libro, non appassiona il lettore, magari facendogli venir voglia di scoprire qualche autore che non conosce, anzi, appesantisce la struttura spingendoci alla noia. Ed è un’occasione mancata.