Mio diletto Holmes
Rohase Piercy, che già si è divertita nel suo romanzo d'esordio – purtroppo ancora inedito in Italia – a giocare con l'icona Oscar Wilde, qui affronta uno dei personaggi-cardine della narrativa occidentale, il cui successo non conosce crisi da più di un secolo. Il pretesto – obbligatoriamente, direi – è sempre quello del ritrovamento di un presunto manoscritto datato 1887, in questo caso nascosto da Watson in una scatola con la raccomandazione di non pubblicarlo prima di cento anni, per evitare scandali. Già, perché Mio diletto Holmes si discosta dai tantissimi apocrifi usciti in questi anni perché pone al centro della narrazione una storia d'amore (abbastanza infelice, peraltro) tra Watson e Holmes, con il primo perdutamente innamorato del secondo, che però si nega ostinatamente il diritto di abbandonarsi a ciò che il cuore e i sensi gli suggeriscono. È uno Sherlock Holmes nevroticamente schiavo del suo autocontrollo quello della scrittrice britannica, una figura tormentata che trova un'apparente pace solo nella droga e nella solitudine, mentre Watson si strugge per lui e cerca conforto nei locali gay di Londra sfidando leggi molto severe nei confronti dell'omosessualità maschile (era stata appena approvato il famigerato Criminal Law Amendment Bill). I due romanzi brevi della Piercy - impreziositi da una scrittura elegante ma concisa – non possono passare inosservati, perché hanno in realtà un impatto profondo sulla continuity del personaggio: e si sa quanto è vissuto seriamente (e forse seriosamente) questo aspetto dai custodi del cosiddetto “canone”, cioè del corpus delle opere di Arthur Conan Doyle (4 romanzi e 56 racconti), che vigliano attentamente sulla continua produzione di nuova fiction con i medesimi protagonisti. Chissà come la prenderanno i fan puristi del buon Sherlock Holmes.
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