La valigia di Papa Wojtyla

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La valigia di Papa Wojtyla
La valigia sempre pronta, perché il viaggio è la prospettiva verso cui gli occhi si spalancano, è l’orizzonte comune di ogni esperienza umana volta a seguir ”virtute e canoscenza”. E il Papa venuto da lontano, da molti riconosciuto come Giovanni Paolo II, ne ha fatti di viaggi e di strada, talmente tanta da avere superato complessivamente la distanza terra -luna. Nel corso dei suoi ventisette anni di pontificato, il “globetrotter di Dio”, al secolo Karol Wojtyla, ha messo piede in tutti i continenti: centoquattro i viaggi internazionali, quattordici volte in Africa, tanti i villaggi lontani in cui è voluto arrivare, luoghi collocati ai confini estremi della carta geografica. “Qual è la differenza tra Dio e il Papa? Dio è in ogni luogo, il Papa c’è già stato”. I viaggi insomma, hanno segnato in modo significativo il mandato di Giovanni Paolo II. Come mai? Perché ha scelto di essere il parroco del mondo e - come disse lui stesso ad un giornalista australiano - “non è pensabile che una sola parrocchia non sia visitata dal suo parroco. Penso con le categorie di un parroco. Fino a ieri la gente andava a trovarlo in canonica. Oggi è lui che deve andare tra la gente”. La sua missione, del resto, è iniziata con un viaggio. Il 14 ottobre 1978, è una giornata come tante per Candido Nardi, autista di una corriera delle linee regionali laziali sul sentiero che da Capranica Prenestina porta a Palestrina. Lungo la strada, si ferma a raccogliere un giovane sacerdote che, con il pollice in alto da inveterato autostoppista, sbracciandosi in modo evidente, gli fa segno di fermarsi: quel prete ha fretta di arrivare alla stazione di Palestrina, deve prendere un treno per Roma, l’unico che possa farlo arrivare in tempo per un importante appuntamento; il sacerdote polacco racconta al Nardi di avere avuto una disavventura con la sua auto, mentre al Santuario della Mentorella, perciò si è incamminato, sperando in un “provvidenziale passaggio”. L’autista fa di tutto per aiutare il prete e in diciassette minuti, saltando qualche fermata, arriva alla stazione ferroviaria, giusto in tempo per assicurare sul treno diretto a Roma il passeggero di nome Karol. Quel 14 ottobre, fu il giorno in cui Wojtyla entrò nel conclave da cui sarebbe uscito con la veste bianca e la mano benedicente urbi et orbi…
È questo uno dei primi ricordi che entrano anche nella valigia di Fabio Zavattaro, giornalista vaticanista, che nell’anno dell’acclamata beatificazione di Giovanni Paolo II ha scelto ancora una volta di scrivere su di lui e lo fa attraverso un diario di viaggio. Zavattaro, inviato al seguito del pontefice, riapre la valigia e rassetta i pensieri, i luoghi, i mille volti e le parole impresse sul taccuino. Prende così forma la narrazione che dà senso e continuità agli eventi. Ogni viaggio è un grano di rosario, unito insieme al successivo con il filo della memoria e della storia dei grandi e potenti leader mondiali, ma anche e soprattutto degli invisibili. Come quel tale El Korda, fotografo cubano autore di una memorabile foto del comandante Che Guevara, “una delle immagini più diffuse del ventesimo secolo”, ceduta in cambio di niente all’editore Giangiacomo Feltrinelli. Come padre Guido Terzani, missionario in terra di Gulag, prima nella steppa siberiana e poi in Kazakistan, una vita al servizio di bambini e ragazzi privati di tutto, anche del futuro. Dal Messico a Sarajevo, distrutta dal conflitto fratricida, da Assisi al Canada e nelle terre degli indiani d’America: il messaggio di speranza si sintetizza in un’immagine che riemerge dalla valigia dei ricordi, è il sorriso di Giovanni Paolo ritratto mentre esce da un tepee; dalla Sicilia sconvolta dalla stagione delle stragi di mafia a Bombay, dove si trova la comunità per l’assistenza ai lebbrosi di Padre Carlo, pochi lo conoscono, tanti ne ottengono aiuto e accoglienza. Oltre i racconti di viaggio, l’autore traccia tra le righe il profilo di un uomo testimone di una Chiesa senza tempo, eppure, espressione concreta del suo stesso tempo: Papa Wojtyla ha inventato “le conferenze stampa ad alta quota”, garantendo sempre un dialogo continuo con i media; sfruttando le potenzialità dei veloci mezzi di trasporto, ha ridotto le distanze – non soltanto geografiche - tra le nazioni; ha testimoniato il valore dell’ecumenismo come bene comune di cristiani e musulmani, ebrei e buddisti; alla fine ha affidato a tutti, atei o credenti, un identico messaggio, “Non abbiate paura”, le parole più semplici, eppure le più incisive in un tempo di sfide, che ha lasciato dietro di sé i resti informi delle certezze del passato.