La valigia di Papa Wojtyla
È questo uno dei primi ricordi che entrano anche nella valigia di Fabio Zavattaro, giornalista vaticanista, che nell’anno dell’acclamata beatificazione di Giovanni Paolo II ha scelto ancora una volta di scrivere su di lui e lo fa attraverso un diario di viaggio. Zavattaro, inviato al seguito del pontefice, riapre la valigia e rassetta i pensieri, i luoghi, i mille volti e le parole impresse sul taccuino. Prende così forma la narrazione che dà senso e continuità agli eventi. Ogni viaggio è un grano di rosario, unito insieme al successivo con il filo della memoria e della storia dei grandi e potenti leader mondiali, ma anche e soprattutto degli invisibili. Come quel tale El Korda, fotografo cubano autore di una memorabile foto del comandante Che Guevara, “una delle immagini più diffuse del ventesimo secolo”, ceduta in cambio di niente all’editore Giangiacomo Feltrinelli. Come padre Guido Terzani, missionario in terra di Gulag, prima nella steppa siberiana e poi in Kazakistan, una vita al servizio di bambini e ragazzi privati di tutto, anche del futuro. Dal Messico a Sarajevo, distrutta dal conflitto fratricida, da Assisi al Canada e nelle terre degli indiani d’America: il messaggio di speranza si sintetizza in un’immagine che riemerge dalla valigia dei ricordi, è il sorriso di Giovanni Paolo ritratto mentre esce da un tepee; dalla Sicilia sconvolta dalla stagione delle stragi di mafia a Bombay, dove si trova la comunità per l’assistenza ai lebbrosi di Padre Carlo, pochi lo conoscono, tanti ne ottengono aiuto e accoglienza. Oltre i racconti di viaggio, l’autore traccia tra le righe il profilo di un uomo testimone di una Chiesa senza tempo, eppure, espressione concreta del suo stesso tempo: Papa Wojtyla ha inventato “le conferenze stampa ad alta quota”, garantendo sempre un dialogo continuo con i media; sfruttando le potenzialità dei veloci mezzi di trasporto, ha ridotto le distanze – non soltanto geografiche - tra le nazioni; ha testimoniato il valore dell’ecumenismo come bene comune di cristiani e musulmani, ebrei e buddisti; alla fine ha affidato a tutti, atei o credenti, un identico messaggio, “Non abbiate paura”, le parole più semplici, eppure le più incisive in un tempo di sfide, che ha lasciato dietro di sé i resti informi delle certezze del passato.
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