


Salvo Bustarelli è un uomo politico in rapida ascesa. Oltre all'intuito, alla disinvoltura e alla spregiudicatezza, lo sta aiutando a fare carriera avere il figlio Santo in seminario, un ragazzo che sin dalle scuole elementari ha mostrato una vocazione religiosa che il padre si è affrettato subito a sfruttare mediaticamente. Anche per far dimenticare la macchia del suo primogenito Cosmo, un eroinomane rompicoglioni imbarazzante non solo per la sua tossicodipendenza ma anche perché sa che il padre, malgrado sia vicepresidente dei teocon europei, non disdegna di fare sesso con alcuni suoi compagnucci di siringa, e potrebbe raccontarlo in giro. Liberatosi di Cosmo con un suicidio abilmente inscenato e anche questo opportunisticamente sfruttato per crearsi un'immagine accattivante, Salvo non ha più ostacoli sulla strada di un ministero. Intanto il giovanissimo Santo - non meno ambizioso e spregiudicato del genitore - usa il suo carisma come un ariete e quando viene ordinato sacerdote, grazie all'influenza del padre presso un vescovo puttaniere che il parlamentare aveva aiutato a sfuggire allo scandalo, viene assegnato a una ottima parrocchia nell'hinterland milanese. Ha tutte le intenzioni di sfruttarla come trampolino di lancio verso i vertici della Chiesa, senza porsi nessun limite. E nel suo assalto al cielo - anzi, più modestamente al papato - ha al suo fianco i fedelissimi Lupo e Acne, ex compagni di seminario che non se la sono sentita di prendere i voti e "hanno optato per la prevaricazione e la fica"...
Verrebbe quasi da dire che c'è un che di escatologico nel virulento romanzo di Michele Vaccari, se non fosse che più che l'Anticristo il suo Santo Bustarelli è la rappresentazione plastica di due millenni e spiccioli di malefatte della Chiesa cattolica. Echi evidenti de "Il Padrino" di Francis Ford Coppola nell'ascesa di questo pretino tutto razionalità e calcolo che da secondogenito rassicurante e perbenista si trasforma ben presto, appena annusa il potere, in una belva spietata capace di ogni nefandezza, un vero e proprio boss che non esita di fronte a nulla pur di raggiungere i suoi scopi: droga, prostituzione, violenza, intimidazione, corruzione, ricatto. Un po' Rodrigo Borgia un po' Michael Corleone, Santo Bustarelli è anche un fine stratega politico, la 'new sensation pastorale' che il cattolicesimo smunto ed esausto del XXI secolo anelava per rilanciarsi in un periodo storico in cui dal secolarismo e dalle altre religioni monoteiste arrivano solo mazzate. Il rappare blasfemo del giovane scrittore ligure è potente e suggestivo, anche se a tratti un po' troppo 'raccontato', le svisate pop con le quali Vaccari infarcisce il libro sono divertenti (tra tutte il gioco di parole Habemus power e l'inno religioso Gioca Jahvè ricalcato sul successo anni '80 di Claudio Cecchetto) e alleggeriscono un po' i toni di un romanzo che è un atto di guerra contro il Vaticano e come tale va preso decisamente sul serio. Ci si vede sul rogo, Michele.