Il rumore dei treni

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Il rumore dei treni
Scansione pesante e ferrosa del tempo nella casa di Via Sammartini, suono reiterato e monocorde di un lungo convoglio di viaggi metaforici e reali, di amori consumati e mancati, Il rumore dei treni è anche e soprattutto resoconto di un percorso esistenziale segnato: “Erano i primi anni Sessanta,/ ma quel tempo dura, è vivo ancora,/ è sospeso a quegli spazi e a quei binari/ tra il fischio di partenza e lo stridio/ delle fermate di transito e di arrivo./ E ad altri fischi, ad altri fischi.” Un tragitto nel corso del quale sensazioni nuove o ritrovate, opportunità gioiose e dolorose insieme di devozione alla vita e ai sensi spingono il pensiero a lasciarsi raccontare dalle sensazioni: “Un battito più forte da il segnale:/ frena il convoglio, si aprono le porte/ e scende chi era atteso. Si svela/ il passeggero e assume le sembianze/ note, le più desiderate.” In cui le pulsioni imperlano un quotidiano che ci appartiene e ci sfugge: “È acuta l’ora che rintocca,/ è limpidissima di gioia ma ferisce,/  come il raggio delle stelle, la vetta/ del dolore.” Fino all’ineluttabile fatalità del capolinea: “Eppure/ riconobbe colui che l’aspettava,/ un dio senza mantello, ma col canto/ delle acque sorgive del sorriso./ Tutto il suo infinito andare/ gli depose ai piedi, anche quell’ultimo/ tremore e quel primo/ brivido di freddo del mattino”…  
Eleonora Bellini, laureata in filosofia all’Università degli Studi di Milano, vive a Borgo Ticino (NO) dove dirige una biblioteca pubblica. Nel corso degli anni ha pubblicato alcuni volumi in poesia e prosa e testi di storia letteraria di interesse locale. Nella formulazione del suo approccio alla poesia, ella intende tenersi alla larga tanto dall’uggia malinconica e depressa quanto dalla ricercatezza intellettualistica e metafisica che troppo spesso innervano la poesia contemporanea. Come ben lascia presagire già il titolo di sostanza semplice, suoi capisaldi sono la nitidezza e lo splendore pittorico di versi che rappresentano l’aspetto più naturale del fare poesia. Di un linguaggio che rifugge dalla tendenza all’economia verbale per distendersi nel libero fluire di un’intelligenza onesta, che si lega mirabilmente con una capacità evocativa capace di gettare luce sul piccolo delle cose, aprendo uno squarcio di riflessione sullo scarto tra reale e ideale. Trasmettendoci componimenti che sono atti di libertà atti a costituire uno strumento capace di intensificare l’ascolto e la comprensione della vita. Materiale e fattura dei testi risultano di buona qualità e ci lasciano la sensazione di un mondo cui poter ancora attingere e una traccia sottilissima da percorrere.