Camminanti

Camminanti
In Fabio Di Majo alberga una personalità poliedrica, la cui influenza non si esaurisce nel campo poetico ma si estende anche ad altri aspetti culturali. Non risulta ancora chiaro (e forse nemmeno a lui) se questo giovane ed interessante autore ami più la suggestione della parola o l’incanto dell’immagine. Certo è che in questo suo primo libro Camminanti poesia e fotografia vanno felicemente a spasso con un indovinato rimando di stili. Contrassegnata da un invincibile autoreferenzialismo ombelicale, la sua poetica tende al recupero originario dell’immagine interna, non onirica, portando al limite estremo l’improvvisazione del segno, abbandonando ogni elemento di coscienza al di fuori dal campo compositivo: Sto diventando un estraneo/ dei miei pensieri (Distanza pag. 5); sfogliare le pagine del mondo è vivere/ curiosarsi dentro è sognare…(Nessuna religione pag. 49) ; sono uno strano scherzo del destino/ inferno fuori e dentro me/ perché a nulla si appartiene/ e nulla mai completamente ci appartiene (Dolce inferno pag. 35); quando ci si tocca l’anima/ allora non si può più decidere/ se appartenersi o no (Aforisma della vicinanza pag. 7). Benché amareggiato dalla solitudine e dall’incomprensione, il poeta non inclina alla rinuncia ad esternare i propri sentimenti. Anzi è proprio nella contraddizione di esprimere tale disperazione che si evidenzia il tratto più significativo del suo atto poetico: quanto coraggio da nomade/ occorre per tenersi vivo (…) tener vero il cuore senza una vera direzione (Io e lei pag. 29). I versi non sono dunque né semplice decoro né passatempo raffinato, ma improrogabile necessità di condivisione, che lo induce necessariamente a trasporre i pensieri nella sfera poetica: hai mai pensato/ alle volte in cui la sensibilità/ non ha più voglia di ritrovarsi sola…(Appena un po’ discoste pag. 19); Il dolore è infame(…)/ non lo puoi sottrarre a qualcuno/ può diventare solo di entrambi (Una storia pag. 17). L’allusione diretta alle esperienze e ai sentimenti personali genera, in un dialogo implicito con il lettore, un desolato rimpianto che, prendendo le mosse dalla nostalgia feroce di cui è pervasa ogni immagine, si risolve sul piano dell’evasione nell’arte e nell’immaginazione: Siamo tessitori/ di incertezze ragionevoli/ tessitori d’incanti/ che per magia si fanno verosimili Guardare senza un fuoco pag. 60). Il poeta materializza, in un rigurgito di sconforto, sconsolati elementi che risalgono dall’animo e li trasfigura in versi di una disperata purezza, con cui indugia a disegnare una pace che avverte negata a sé stesso: sinceramente triste/ come un bambino/ sconfitto che riprende il suo fiuto/ la sua favola scolorita/ e se la mette in tasca (Lo stomaco d’ognuno pag. 58). La ricerca della felicità e la precarietà della sua condizione sono gli estremi entro cui si snoda un linguaggio poetico che mira a comprenderne la portata simbolica: che tristezza/ l’idea di poter essere felici/ ma esser talmente soli/ da non poterlo dire/ a qualcuno (Educazione alla felicità pag. 75); Momenti nel bene e nel male/ in cui la felicità è uno stato mentale/ un approccio alle cose/ vestendole sempre di bellezza spietata (Momenti di consumo pag. 46). Ma c’è anche in questa densa silloge la rivendicazione dell’amore come dato inalienabile dell’evento poetico. Talvolta attraverso l’espressione sofferta di una pena d’amore l’autore veicola il senso di smarrimento di un’anima tormentata dall’ardore non corrisposto : Mi consuma il non averti/ nella gran parte dei momenti/ dei miei momenti belli/ dei tuoi momenti belli (Momenti di consumo pag. 46); altrove lascia fluire invece le proprie emozioni nel disperato bisogno di tornare a crederci: A volte poi m’innamoro/ di chi vive e porta con sé/ il proprio viaggio/ e permette al mio di continuare (A volte pag. 44). Come un nomade alla ricerca di un tempo non vissuto: Quello che è di dentro/ è in viaggio/ un viaggio continuo/ il viaggio dei camminanti (Presenza costante pag. 24), Fabio Di Majo si declina tra destino e cammino, dando voce ad una sensibilità pervasa dal senso dilagante del tempo che scorre e dalla malinconica visione delle vicissitudini umane.

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