Che dice la pioggerellina di marzo

Che dice la pioggerellina di marzo
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Capita, talvolta, di imbattersi in qualche nonno o nonna, anziano o meno anziano, che con scioltezza, una certa distratta nostalgia rannicchiata da qualche parte nello sguardo, infila in una frase qualunque, a mezza conversazione, una poesia. Verso dopo verso senza incespicare, limpida zona di memoria; o anche solo qualche fiero e noto verso, per poi vagare con lo sguardo e chiedersi... di chi era questa? Poesie mandate a memoria a scuola, sui banchi, dai primi decenni del Novecento fino agli anni Cinquanta. “L’albero a cui tendevi/ la pargoletta mano/ il verde melograno/ da’ bei vermigli fior”: si passa dal Carducci alle filastrocche zuccherine di Zietta Liù: “un bacio a mamma/ uno a nonnetta,/ il bimbo allegro a scuola va/ trotterellando in fretta,/ quante cosine imparerà”, o didattiche: “In cuore la q non va,/ ma ci vuole in qualità, in querela, in questo, in quello, nel quadrante, e nel quadrello”. Ricordi di aule “che odorano di gesso”, e “c’è ancora la vecchia lavagna con su l’alfabeto mal fatto”. Poesie selezionate (a volte pure tagliate), in pagine di sussidiari, divise per temi e intenti pedagogici: la famiglia e la scuola, gli affetti e la religione, la patria e il lavoro, la storia e la natura, fino alle poesie “giocose”. Prima che i programmi scolastici si aggiornassero, abbandonando un linguaggio semplice e ingenuo – ma poi quale danno rappresentava, questa ingenuità? – e la scuola diventasse più grande, sudata, ansiosa, confusa…

Giosuè Carducci, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Giuseppe Ungaretti e Umberto Saba accanto ai cosiddetti “poeti dei banchi” che scrivevano appositamente per i testi scolastici: Renato Pezzani, Angiolo Silvio Novaro, Ada Negri, Zietta Liù, Lina Schwarz: Che dice la pioggerellina di marzo raccoglie e omaggia poesie di frequente apparse nelle antologie scolastiche e nei sussidiari del secondo dopoguerra, da quest'ultimi riprendendo la struttura per sezioni tematiche. Dopo il ventennio fascista, i libri scolastici, appunta il curatore Piero Dorfles nella sua introduzione, “conservarono la funzione di strumento ideologico, assolvendo al compito di semplice descrizione del mondo e di trasmissione di valori: ovviamente, di quei valori e ideali ritenuti importanti dalla classe politica al potere”. Una costruzione del consenso capace, nel tempo, di imbrigliare più di un autore (e di renderlo indigeribile o bersaglio per l’allievo annoiato di turno). Poco prima degli anni Sessanta e del boom economico, si esaltano gli affetti familiari, pur nello stento quotidiano, si canta ancora l’Italia con echi risorgimentali, si ammonisce scherzando lo scolaretto affinché faccia il bravo. Lingua aulica, “che non parlava più nessuno”, o lingua giocosa. Rime dolci o rime forzate. Una “goduria” d’antologia che l’editore Manni ha voluto con insistenza, superando le perplessità della giovane redazione. Qualche nota in più sugli autori scelti avrebbe reso l’operazione ancora più felice.



 

 

 

 
 
 
 

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